Dubbi, Esperienze

St. Patrick

Io non so perché andai da lui. Il mio cuore, solo lui lo sapeva. Un rifugio così nascosto alla vista mia, delle mie mani, delle gambe che mi ci portavano, dei miei pensieri. Quale cuore, poi? Sono troppo grande per un cuore. «Perché è solo inganno. Chimica.», disse la mia pelle. Forse il cambio di stagione. Ma ci andai. Di nascosto da tutta me stessa, perché camminando pensai ad altro: al lavoro, al tradimento di una speranza, alla tristezza che mi aveva sopraffatto e che non avevo voluto ammettere. Una delusione da niente, se non l’ennesima sommata alle altre, in fondo. Ma, quella delusione, possibile che bruciasse così tanto da richiedere la ritirata? Come perdere l’equilibrio dopo una spinta e sentirsi sconfitti per quello, dopo giorni di combattimento a mani nude. Ci andai, insomma. E lui fu lì a guardarmi con quell’espressione benevola, quella di sempre, che non chiede mai «Dove sei stata?». Ho contato gli anni e i mesi e i giorni d’amicizia mentre andavo lì. Dove siamo stati, amico mio? Sempre qui, sempre l’uno accanto all’altro sebbene divisi, come due che si salutano con la mano da lontano e mentre lo fanno incedono con lo stesso ritmo in direzioni diverse, senza mai staccarsi gli occhi di dosso. Poi una volta distolto lo sguardo, eccoli, eccoci, di nuovo frettolosi nel tempo ciascuno di sé ad aggrovigliare progetti e speranze e cose da fare e soluzioni da trovare. Un passo in più per ogni giorno e un nuovo strappo da ricucire e la strada da fare e ancora costruire e salvare, senza sosta, lontani e diversi, come sconosciuti che si passano accanto. Ma quale tempo se non questo qui? Questo nostro, di sempre, come se il salutare con la mano ogni volta fosse solo un rito inutile per chi, nel profondo , non si separa mai. Quella sera andai da lui. Ci andai come andare a casa, anche se io non ho una casa. Sempre ricomincio, sempre cado, sempre sopra un filo, sempre senza dirmi che la mia casa ha il suo nome. Mi fu vicino subito. Da dietro il banco del bar quasi saltò. O forse non quasi, sì, mi pare che saltò per venire a stringermi. Non potevo giustificare ai miei pensieri, alla mia pelle, alle mie mani quell’abbraccio, così non chiesi il permesso a neanche una parte di me e mi arresi a lui come fosse respirare. Mi prese la mano e mi disse ridendo che ero buffa così truccata. Quei capelli così lisci e la pelle bianca, le labbra rosse di vetro colorato, come bambola in vetrina, a lui facevano sorridere nell’idea, condivisa, che la vita sia scegliere una maschera ogni giorno. La filosofia del travestimento chiara solo a noi che, un tempo, finivamo sempre per spiegare ai polli come si fa a volare.
«Chi eri oggi?»
«Non ricordo mi pare ci fosse un palco da qualche parte.» Ce n’è sempre uno, pensai.
Poi le lacrime così, senza piangere, come quando si è piccoli e si va da papà facendogli vedere la sbucciatura al ginocchio, senza dire una parola e senza smorfia, solo con le guance rigate. E con quelle lacrime così grandi che sembravano persino inventate. O forse invece proprio le inventai, solo perché me le asciugasse lui. Non è una domanda che ora voglio fare al mio cuore, ‘ché se fu un inganno quel che feci quella sera, per sempre così lo terrò. Gli dissi della ferita, ma si accorse che la cicatrice che gli indicai era troppo piccola per avermi procurato chissà quale dolore. Così aggiunsi altre ferite e tutte insieme divennero un male da curare. Lo curò. «Così poi potrai tornare a fare il verso del leone. O della scimmia, se ti fa più comodo.» Spavalderia e baldanza oggi, per le risa in pubblico di domani. «Perché non del pavone, allora?» Tutto fuorché un uccellino, certamente. «Sono venuta a farmi lisciare le piume», pensai. Me le lisciò e non aggiunse altro se non i baci. Mi portò fuori in cortile, nel retro del locale e quando mi prese per mano attraversammo i tavoli e gli sgabelli dove si brindava a San Patrizio, che diventavano silenziosi mentre passavamo noi. Nel tempo a lungo ci eravamo chiesti perché fossimo come un miracolo agli occhi della gente, fino al giorno in cui avevamo iniziato a sorriderne e basta, senza farci più domande. Fummo lì, a guardar da fuori le finestrelle colorate tutt’intorno e con la gamba, senza lasciarmi, come per dire «Sono qui dove sono sempre stato», sistemò a testa in giù le casse di birra così che potessimo sedere l’uno accanto all’altro. Volli nascondere il viso, subito quello. Infilarmi in un posto piccolo tra la linea ossuta del suo profilo e quel punto del collo da cui potevo sentirlo parlare piano senza riuscire ad ascoltare la voce. Solo quel vibrato che mi pare dicesse che ero bella di una bellezza che poteva vedere soltanto lui. Non lo disse. E così con la faccia piantata contro di lui, bofonchiai che avevo immaginato di sentirgli dire una cosa che non avrebbe detto mai. Sorrise e lo seppi perché mi spostò un po’ i capelli quella fossetta che mostra sulla guancia destra quando sorride. Una sola, come vuole la fisiognomica di chi fa sempre le cose a metà. In quella fossetta ci infilai le cose per cui ero arrabbiata, poiché lui me lo permise. E finii stremata, vittima come m’ero disegnata sotto i piedi di chi s’era approfittato di me, piangendo sulle sue labbra. Le labbra sul viso e i capelli e le mani e le ciglia e la pioggia, che non c’era, ma sembrava. Così quando le lacrime mi arrivarono alla bocca, ed eravamo così mischiati da non lasciarmi un solo fiato che fossi sicura fosse il mio e non il suo, gli dissi sottovoce che doveva ricordarsi di non baciarmi sulla bocca, ‘ché non era nei patti. Poi pensai che nessuno dei due aveva mai scritto neanche una delle regole che avevamo rispettato nel tempo. Ma lui aveva detto «Va bene». E io m’ero aggrappata ai brandelli di quel petto che sentivo battere, ridotto così da troppe botte prese nel tempo. Gli chiesi: «Ti ricordi quella notte di tanti anni fa, in cui ti chiesi di baciarmi e tu mi dicesti di no?» Poi aggiunsi: «Uno dei due, a turno, è sempre più saggio dell’altro.» Rise ancora e io, aprendo un occhio, attraverso le maglie del pullover che indossava, vidi la luce verde diffusa nel locale arrivare annebbiata a confondersi con l’incavo nelle due linee tra il suo naso e le sue labbra. E le labbra, quelle, dissero: «Eppure il meno saggio di noi due riesce sempre a convincere l’altro.» Le guardai, poi non potei guardarle più. E mi lasciai consumare piano, prima approfittando di quella distanza piccolissima nello sfiorarsi che ancora era salvezza e che mi concesse il tempo per perdonarmi, poi nel contatto lento, che trasformò la carne in miele. E io restai lì, fuori, e lui lì con me, come due che hanno perso, a guardare, stretto in un abbraccio, quel qualcos’altro da noi, di cui però potevo sentire il calore, il velluto, come fosse sabbia calda sotto i piedi in un pomeriggio di luglio. Sentivo per lui e lui sentiva per me. Cademmo e tornammo su, come leggeri sulla superficie oleosa d’un fiume, e intorno forse un cicalare fitto e il battito d’ali d’una libellula. Poi le parole di caramella, tanto sottili da poter passare attraverso quei sospiri e lui mi chiese quanto potevo restare ancora, prima di andare via. Dissi, non so per quale motivo, «Undici minuti» ma poiché ci eravamo smarriti in un tempo non misurabile, si allontanò solo per guardarmi negli occhi e contare il tempo. Mi guardò così forte che quasi mi fece male e disse: «Ti bacerò per undici minuti, allora. Poi andrai via. Giacché questo abbiamo.» Io pensai che fosse una buona idea. Così chiusi gli occhi come per dirgli dove mi aveva fatto male e lui mi baciò quegli stessi occhi, che erano anche i suoi e io li baciai e poi fummo come uno. E io sentii l’amore. No, io lo fui. E mai, mai in nessun altro modo, per nessun motivo che non fosse quello stesso motivo nostro, che tuttavia non conosceremo mai, nessun altro ha potuto mai, perché l’amore è solo quello e non esiste una versione alternativa, anche solo immaginata di quello spazio bianco in cui confondersi e non esserci più, o esserci troppo, ma senza poter usare i sensi, perché inermi, quando tutto scompare e non c’è nulla da guardare, o toccare o ascoltare, o pensare, se non l’amore. Un assioma. Non lo so dire ancora oggi, ma mi tremano le gambe ogni volta che ci penso e penso che è sempre lì, quel qualcos’altro da noi, e che non c’entra niente con la mia vita, né con la sua, né con quella degli altri che ogni giorno parlano, dormono, vivono, sorridono e si arrabbiano con noi. E non c’entra niente con nessuno e con le nuvole, e con le lenzuola stese odorose di fiori, e con la luce del tramonto, e con i sassi e il muschio e il sesso e le labbra di vetro rosso e questo mondo, perché, giuro, non è una cosa di questo mondo. Quando finimmo di essere amore, nel cortile del suo bar, quella sera a San Patrizio, restammo comunque noi. Come lo eravamo stati prima di allora, e come lo saremo domani. Undici minuti, dicemmo. Non ne cercammo mai conferma, semplicemente decidemmo che erano passati. Poi ci scompigliammo i capelli prendendoci un po’ in giro, fino a riderne come pazzi. Restai invece ancora dieci minuti e ci raccontammo, come ogni altra volta avevamo fatto in quei pochi incontri negli anni, dei guai, dei progetti, delle conquiste, delle famiglie, dell’ultimo libro letto e di un film che non avremmo mai visto insieme. Ma sarebbe stato bello poter andare al cinema e magari dire agli altri, non solo ai passanti che sempre ci spiano invidiosi e meravigliati, di essere ancora così amici, come davvero lo siamo. Tornai a casa e fui felice per noi. Ma, se ci penso oggi, sono felice davvero per tutti. Anche se loro, i tutti che immagino affaccendati in mille cose ogni giorno, come me, forse non lo capiranno mai. Io sono felice per loro e per la loro possibilità nascosta di gioia. Ma basta, ho finito. Sarà meglio ritirare i panni, le altre cose di questo mondo e rientrare in casa. Sta per arrivare la pioggia e voglio guardarla in silenzio al riparo da tutto questo.

And the chorus goes:

(i'm a female rebel)  
Sleeplessly
Embracing
You
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Convinzioni, Dubbi, Esperienze, Soluzioni

Disperato, gassato ed ero(t)ico stomp.

cokez

Consegna a domicilio non prevista. Stop.
Ho detto stomp, non stop.
Non c’è tempo per uno stomp adesso, devi lavorare.
Roger. Ma necessito con urgenza di gassata scura in versione Zero. Tre supermercati sprovvisti. Stop
Mettere naso fuori di casa e ricorrere ad alimentarista di fiducia. Concesso. Stop.
Roger. Infilo scarpe. Passo e chiudo.
CocaColaZeroCocacolaZeroCocaColaZero. Ti amo. Ti bramo. Ti soffro. Faccio al volo la conta delle mie dipendenze del passato e orgogliosamente mi vedo al pari di gente che sta simpatica a tutti, tipo Keith Richards. Decido di non dar peso al fatto che la dipendenza da CocaCola Zero sia molto meno rock’n’roll di quella da rum, da un tale che non mi voleva, da quell’altro che non mi voleva pure, dalle gomme alla cannella, dal fumo, dai minestroni della Knorr, da certi dischi, da quel tizio che in fila dopo gli altri due continuava a non volermi. Mi sono umiliata molto più così. Piglio il cane che mi guarda terrorizzato, chiedendosi dove cazzo andiamo malvestiti e spettinati, dopo tutti questi mesi tappati in casa tra un lavoro e l’altro, e si va. A giudicare dal tepore e dal fatto che alle sei sia ancora giorno, dovremmo essere ad Aprile. Sì infatti, lo dicevo stamattina in radio che era “qualcosa Aprile”. L’ultima cosa che ricordo , prima della “nuova condizione” era la striscia di mezzeria della strada su cui stavo facendo jogging un sabato mattina. Era Agosto. Mi ricordo che all’improvviso ho pensato che non volevo più fare le cose che facevo, che ne volevo fare altre, che le volevo fare tutte e tutte insieme. E che mi piaceva solo Radio Rock. Ma cosa mi viene in mente  di mettermi a pensare? Finisco sempre per combinare un sacco di guai. E invece io penso. Maledetta. Ho impilato ore, impegni, files, canzoni, format, spot, lanci, radio, tv, web. Casa solo per il computer e per il letto. A volte. Disastri coniugali e relazionali di cui Michael Douglas sarebbe stato invidioso.  Ora mi ritrovo con questa bella torre che ogni volta che la guardo dico “cade cade cade”. Penso a delusioni, a grandi imprese, a una thailandese, ma l’impresa eccezionale, dammi retta è non essere asociale. Saluto la cartolibraia. Mi ha riconosciuto, o forse è solo gentile con tutti. Il cane dopo tre passi fa per tornare verso casa, pensando che sia la solita pisciatina sotto il portico. Quando capisce che scendiamo giù tra la gente reale, cioè non quella che sta dietro allo schermo, dove lui crede che ci siano tutti quei canetti simpatici che gli faccio sempre vedere su Youtube, ha un sussulto e si mette a correre. Per stargli dietro, tenendo il guinzaglio con il braccio teso vado a sbattere contro il palo della bacheca delle affissioni funebri. Leggo di un signore che conoscevo ai tempi del Liceo. Ne danno il triste annuncio i familiari e bla bla bla. Mi spiace molto. E all’improvviso mi viene in mente quella cosa fastidiosa della morte, che uno, magari mentre sta facendo cose importanti, piglia e se ne va. Mio padre è ancora tra noi, grazie al cielo. O grazie alla terra, dipenda da in cosa si crede. In famiglia sono impazziti tutti. Io no. Lo ero già da prima quindi nessuno nota la differenza, anzi gli amici di famiglia dicono che sono l’unica a non aver perso la bussola. Vedi che vantaggio a non averla avuta mai? CocaCola Zero. La apri e fa Fruushhhh. Ne ho bisogno. Vorrei fermarmi da Marcello ma va a finire che poi resto tutto il pomeriggio. E devo lavorare su quelle puntate nuove da consegnare. Me lo andrei a sentire un disco con Marcello e  a bermi una birra con lui. Gli amici mi mancano tutti. Quelli del bar dove sta Vale, tanto. Ma il punto è che  qualche mese fa ho scoperto di aver perso quarantamila euro con quell’idea meravigliosa di fare l’imprenditore e mi sono dovuta concentrare su altro che non fare le cinque del mattino ridendo e bevendo rum.  CocaCola Zero. Se non ce l’hanno nemmeno al bar del circoletto mi metto a urlare. Proprio mentre cerco di superare l’impasse del conto degli zero nella cifra quarantamila, immaginando il rumore di quando la versi nel bicchiere che è tipo CtohlCtohlCtohl, mi imbatto in un capannello di negozianti. Mi fermo a salutare e ascolto i discorsi come il vecchietto che guarda i lavori stradali. Quando sento dire “piccoli commercianti” dal più arrabbiato di loro nel difendere la categoria, inizio a immaginarli come come Umpa Lumpa.  Il tizio, con cui sono tutti d’accordo, dice che è giusto che il supermercato abbia chiuso, che l’abbiano espropriato e che siano stati tutti licenziati, perchè da quando ci sono i supermercati gli Umpa Lumpa, cioè i “piccoli commercianti” non lavorano più. Vorrei far notare che non è giusto per i poveri cavalli, che si sono fatti un mazzo tanto per avere un posto nella storia dei mezzi di locomozione, che adesso con questa storia dei motori su ruote, non ci sia più lavoro per loro nel trainare carrozze. E anche che con questa mania del telefono dobbiamo smetterla  e restituire ai piccioni viaggiatori la loro dignità. E scrivere le lettere a mano, perché la canzone Mr Postman torni ad essere una hit. Fingo approvazione, anzi mi scappa anche un “Che tempi Signora Mia” nei confronti della fruttivendola. Accanto a lei sono esposte delle bellissime mele Granny Smith. Quasi, quasi… Con la CocaCola Zero, non ci starebbero male. Quattro euro e sessanta al chiilo. Per le fragole le faccio un bonifico più tardi? Che prezzi, signora mia, speriamo che riaprano il supermercato, va’, sennò quelli che ci lavoravano e ora sono disoccupati come fanno a comprarsi le sue mele? Pochi passi e il mio alimentarista-fornaio di fiducia mi sorride dicendo che, anche se non mi vede da mesi,  la CocaCola Zero ce l’ha. Una sola. Ed è mia, se la voglio. Ce l’ho fatta. L’afferro. La pago tre euro, sempre per il discorso del supermercato, ma l’alimentarista-fornaio mi guarda e non mi dà il resto. Dice che sono magra. Troppo. Quindi perché Zero? Perché l’altra non mi piace. Ma ti ci vuole lo zucchero. Anzi i carboidrati. Compra un po’ di pane. No, non lo mangio più il pane. Guarda tu queste ragazze. Va a finire che stanno male malissimo e invece bastava che comprassero un po’ di pane. Compro il pane. Ne stacco un pezzetto e lo mangio per convincerlo a darmi il resto, ‘ché devo andare a bere la mia CocaCola Zero. Il pane è terribile. Davvero. C’è da volergli tanto bene all’alimentarista-fornaio che da quattro anni ci vende il pane e le CocaCola Zero. Perché a farlo non è proprio capace, ma ha un talento unico nel riuscire a farlo tutto uguale, dalle rosette al lariano, al francese. E’ una cosa che fa lui. Solo lui. Come Astariti che fa l’Urlo della Notte nel film La Scuola. Risalendo verso casa decido di fare la strada più lunga. La metafora mi colpisce e rallento il passo per rifletterci. Se ne accorge anche il piccolo e si gira a guardarmi come per perdonarmi di essere così. Mi abbasso ad accarezzarlo e ripenso a quando un paio di mesi fa eravamo sul divano a piangere mentre lo operavano e sapevamo che forse non l’avremmo rivisto più. La CocaCola Zero mi sta raffreddando il pane e pesa anche. La voglia ce l’ho ancora ma non riesco a muovere più un passo. Resto ferma, di sasso, sotto il sole d’Aprile a chiedermi come ci sono arrivata  fino a qui. Valla a capire la vita: la guardi come fosse quella di un altro e poi all’improvviso ti accorgi che eri tu. Sei tu. Tremendo sospetto. Mi vengono in mente, nell’ordine: Il Papa, David Bowie e una mia compagna di scuola al liceo. I primi tre avatar a cui sono riuscita a pensare. Era un test. Il sospetto è confermato. Dico il nome di una persona qualunque. Tac. La immagino come nella foto del profilo. Tremo ma devo farlo: mio marito. Tac. Foto del profilo. E soprattutto: io. Foto del profilo e immagine di copertina! Aiutateci. La società distopica paventata da Philip K. Dick! Eccoci. L’apocalisse del sè. Cosa è reale? Riprendo a camminare a testa bassa, come se qualcosa m’avesse colpito alla testa. Ho tanta voglia di CocaCola Zero. Ah già. Ce l’ho qui. Devo solo infilare la chiave nella toppa. Signora scusi ma le sembra normale che la luce delle scale resti sempre accesa? Qui dobbiamo chiamare l’amministratore. Simpatico vecchietto della porta accanto. Taglio corto e dico che io non so nulla, io pago l’affitto. Ma come non sa nulla? E qui dobbiamo parlarne. Non adesso. Non mi va. Non riconosco la foto del suo profilo, quindi lei non esiste. Nella vita reale, in questa vecchia vita qui, dove il vicino ti ferma per le scale senza chiederti se hai da fare, non puoi chiudere la chat dicendo che stai uscendo. E’ terribile. Rivoglio subito la mia scomoda società distopica fatta di profili, e avatar, e hashtag. Dove controllo io tutto. Dove esiste la contemporaneità delle azioni. Dove il multitasking è praticato anche dagli uomini, non solo dalle donne. Dove tutti questi lavori, doveri, impegni, obiettivi di cui ho riempito le mie giornate, possono convivere con la  nostalgia di una vita diversa e con l’idea di averla ancora, come quando suonavo i dischi in spiaggia da mattina a sera. Mi sono impuntata , lo so. La felicità che sto cercando è come questo Fruushhhh. Ma sono troppo arrabbiata per rinunciare a questa stupida, gassata, inutile CocaCola, che è pure Zero, quindi senza calorie, zucchero e contenuti. Ho fatto la strada più lunga per portarla a casa, e mi rendo conto che il piano può risultare poco chiaro a qualcuno, mentre per me lo è, eccome. Non so bene con chi o con cosa sono arrabbiata, ma è andata così. Metto il culo sul divano, solo per un momento. Non so se inviarlo, quel provino. Un altro guaio.  E’ tardi. Faccio le mie scale tre alla volta verso lo studio, afferro la tastiera, guardo il file del romanzo messo da parte, resisto alla tentazione di aprire vecchie foto o riordinare i dischi che volevo mettere dentro Wasabi e con dolcezza, mi chiedo se è o no il caso di premere Enter… ma è già partita la mia mano.

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Dubbi

Quelli che non scrivono sui social network.

twitcatPerché loro sono twitstar. Anzi #twitstar. Ci ho messo molto, ma alla fine l’ho capito. Infatti io sono un po’ tarda, perché mi perdo per strada raccontando un sacco di cose e facendomele raccontare. Guardo tutti quei film e ascolto tutte quelle canzoni e infatti penso che sia bello parlare anche di quelli, anche sui social network. Perdo tempo a socializzare. Quindi non avevo elaborato ancora l’importanza di non scrivere sui social network per essere davvero figa.  Anzi #figa. Me lo sono chiesto per parecchio tempo: quelli che non scrivono sui social network,  dove scrivono? A chi le dicono le cose? Si tengono tutto dentro e poi si incontrano in una stanza senza finestre e se le dicono a manetta l’un l’altro senza ascoltarsi davvero, ma solo per sfogarsi? Magari incontrano l’amico del cuore per prendere un caffè e le dicono a lui. Ma non vale, perché poi a chi lo dicono che hanno incontrato l’amico del cuore e la cosa li ha molto rallegrati? Devono avere un altro amico del cuore  a cui dirlo, che hanno incontrato l’altro amico del cuore. Ma se poi i due amici del cuore si conoscono su Facebook, ecco che la rete è presto fatta. Sei social. Anzi #social. Social sì, va pure bene, ma Fb mai. Per carità. Anzi #fb. I social network sono sempre esistiti, che nessuno s’inventi il contrario. C’erano i capannelli a ricreazione quando si andava alle scuole medie. Il muretto alle superiori. I gruppetti a mensa all’università. C’era chi scriveva persino le lettere  a Cioè. C’è sempre stato qualcuno a cui far sapere una cosa con l’intento di farla sapere poi a tutti gli altri. Chi non stava nei capannelli di quelli che truccavano i motorini, stava in quelli di chi s’ascoltava la musica grunge. Chi non stava nemmeno lì stava nei capannelli di quelli con le storie d’amore complicate. E chi non stava in nessun capannello, stava comunque nel capannello di quelli che non volevano stare con nessuno, quindi alla fine i disadattati della socializzazione , socializzavano tra di loro. Non è cambiato poi molto da allora. Con un’unica eccezione: se vuoi essere Fonzie, devi avercela su con quelli che scrivono sui social network, e solo allora potrai diventare una vera twitstar. Scusate, #twitstar. Devi avercela anche un po’ coi giornalisti, però, perché ti rubano il lavoro da #twistar. A meno che tu non sia un #giornalistatwitstar, e allora è un altro discorso. Fonzie, lui, in meno di 140 caratteri, naturalmente incomprensibili, non ti dice niente di sé (non sia mai!) ma dice un sacco di cose a proposito di quel che dicono tutti gli altri. Allora quei tutti gli altri diventano suoi follower, essendo lui  figo proprio perché non scrive sui social, e può quindi diventare  il re dei social. Anzi, mi scuso di nuovo, il #redeisocial. Capito? No? Neanche io, bene bene. Ma pare funzioni così. Prendi Gesù. Non sarebbe mai stato una twitstar lui. Sempre a raccontare, co’ tutte quelle parole, e tutti quei miracoli noiosi, che: «Fossero almeno state citazioni di Kerouac andava pure bene, ma non è che ora perché hai portato un po’ di pesce e un po’ di vino, puoi stare lì a  dilungarti su come si pesca bene nel mediterraneo.» Infatti a me il blog di Gesù, onestamente, sarebbe piaciuto molto e mi sarei iscritta ai Feed. Ma Splinder ha chiuso, Tumblr annoia, e su WordPress si fa fatica a ingranare. Lui, come tutti noi vecchi , prolissi e noiosi blogger, avrebbe ripiegato su Facebook e io gli avrei chiesto l’amicizia. A me Facebook piace molto. Anzi #tantotanto, che fa molto più groupie. Brutto eh? L’ho fatto apposta per trollare le groupie. Non è proprio come era su splinder, ma è una piazza facile, dove ci incontri la gente che ti racconta le sue cose e tu gli dici le tue. In un modo o nell’altro, si continua a fare quello che si faceva in piazza il sabato pomeriggio.  Non ci vedo niente di così drammatico, anzi, per me che lavoro tanto al computer è bello poter tenere i contatti e scambiare opinioni senza dover per forza trovare la frase a effetto, ermetica quel tanto per essere #intellettualmentedirilievo. Gli Apostoli, che avrebbero invece ripiegato sui 140 caratteri da superstar del copy, si sarebbero limitati a tirar fuori i titoli delle parabole, che ne sintetizzassero il contenuto, dotati di ashtag capolavoro.  E giù un milione di retweet. Tipo “@Lazzaro si fa presto a dire #alzatiecammina. E poi quello era un @paralitico, mica un morto. #confusioneevangelica”. Lo confesso. Ho fatto la prova su twitter per vedere se il tweet entrava nei 140 caratteri. Fiùùù. Entrava. Hai visto che ashtag, sì? Potrei persino fare la groupie, con una dote così per gli ashtag. E magari mi chiamano a lavorare #allaradio. Sai come è, già che è un po’ che lo faccio, sarebbe anche ora che mi facessi followare per questo. Ah già, dimenticavo, è il contrario: se ti followano allora vai #allaradio.  Ah ah ah. Anzi #risataironica.

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