La vera storia dei pimientos ibicencos.

2016-06-28 17.32.43

Non è una scoperta il fatto che lì dove la natura abbia dato il meglio di sè, l’uomo si sia impegnato a dare il peggio. Così Ibiza, el paraìso del mundo, è del tutto simile al peggior girone dantesco nei tanti luoghi, del territorio e dell’anima, in cui quella natura meravigliosa ha perso, schiacciata dal peso della barbarie. I barbari, apparentemente estranei agli equilibri dell’universo, eppure in esso previsti e forse necessari, incedono veloci dalla costa fino al cuore dell’isola e, anno dopo anno, la consumano di sogni di plastica venduti a caro prezzo. La vacanza di chi ancora approda qui per l’alone di mistica energia che riesce ad avvertire, è una vacanza difficile perchè vissuta alla continua ricerca della preziosità sempre più sepolta, mai tuttavia pentendosi di aver accettato la sfida a ogni nuovo avvistamento di bellezza, anche fortuito. Oggi io ho trovato questi pimientos e l’isola m’ha parlato. Aspetta, devi sentire la storia prima di ridere della mia scoperta. Dopo tre giorni in un qualunque posto di mare, chiunque si rompe un po’ le palle: mare, mare bello, tramonto, tramonto, cena, paella, tramonto, sangria e vestiti di cotone bianco. Io no. Come un monaco tibetano, immobile davanti al mare per ore, con la musica nelle orecchie mischiata alle onde, io sono felice. Ricarico le pile e quando dalla contemplazione torno alla vita, riesco poi a non fermarmi per mesi. Ora, questo a Ibiza è possibile. Anzi, la carica dura molto di più perchè qui è tutto amplificato. Quando scendendo nelle cale sperdute trovi il punto di blu più bello e più isolato non è solo emozionante: è paralizzante. Quando vedi il sole rosso sulla linea dello stesso orizzonte di Es Vedrà e non ci sono altri esseri umani a parte te, non è meraviglioso: è commovente. Quando sali a piedi tra i sentieri dell’entroterra e scopri tra le conifere quelle piccole farfalle blu che popolano distese di limonyum cresciuto selvaggio dove la terra è più brulla non pensi solo allo splendore, alla magia piuttosto. Ma è faticoso. Potresti capitare a Sant Antoni solo per fare benzina e senza accorgertene finire nelle vie del centro di sera, in un quadro di terrore, sgomento e  non tanto vago odore di birra, vomito, piscio e forse morte. Mentre fuggivo senza dare nell’occhio, dopo aver per caso ascoltato l’esortazione del sosia di Gary dei Take That, quando era ancora ciccio, “ok guys, let’ fight. Have fun!”, ho pensato che forse mi avevano sparato e l’odore di morte fosse colpa mia. Per fortuna no. E per fortuna dopo pochi chilometri mi sono ritrovata stesa tra i cuscini sulla spiaggia a guardare il cielo stellato più bello mai visto. Quindi Ibiza devi amarla proprio tanto per andarci in vacanza. O devi odiarla, magari. Ma io la amo e qui mi ci sento così a casa che ho fatto un po’ la sbruffona e mi sono meritata i pimientos di cui ancora non sapevo nulla. In quel posto scoperto per caso qualche anno fa, nascosto tra le cale, a pranzo servono la parillada libre, libera, a mo’ di sfida: «Più ne vuoi, più te ne porto». Tu penserai di batterli ma loro vinceranno sempre, perchè ti porteranno quella un po’ più grassa che ti sazierà subito e non ne chiederai ancora. Insomma dei furbitos ibicencos. Oggi però è stato diverso. Non avevo altra ambizione che mangiare. La caccia alla cala illibata ci aveva stavolta davvero stremati e avevamo sfidato, con successo,  la ripida scoscesa qualche chilometro dopo Cala d’En Serra. Seduti nel portico avevamo atteso birra fresca e parillada, ma ci aveva accolto stavolta una signora di mezz’età che potrei descrivere così: vigorosa, probabilmente harleysta, scattante, un po’ hippy, supersorridente, evidentemente più “furbitas ibicenca” degli altri mai incontrati prima nell’isola. Forse ha capito che avevamo scalato la cime dell’impossibile ricerca della meraviglia. Forse semplicemente le stavamo simpatici. Così senza saperlo ho fatto la richiesta magica. Anni di vacanza in Mexico mi hanno convinto della mia forse lontana discendenza azteca perchè io e i pimientos andiamo d’accordissimo. Più di quanto riescano ad osare i messicani stessi: crudi, assoluti, come spuntino. Portatemi un pimiento vero e vi solleverò il mondo. Ma che a Ibiza ce ne fossero di autoctoni così importanti m’era sfuggito. Stupida, presuntuosa, ignorante me. Alla nostra nuova amica la domanda “¿tienes de pimientos?” deve essere sembrata uno scherzo. Mi ha risposto che probabilmente ne era rimasto qualcuno in cucina, ma non ne era certa, ‘ché la mia era una richiesta un po’ strana. Chissà se a Ibiza ci sono i pimientos. Pensavo. Viso sorridente il mio quando mi ha portato un piattino con tanti peperoncini colorati. Uno strano ghigno sul suo volto.

Dopo l’immagine di quel ghigno ricordo di aver pensato “uh che fortuna, ne erano rimasti un po’ in cucina” e poi… solo l’euforia, il caleidoscopio, il calore diffuso e il senso di smarrimento. Mai mai mai avrei creduto. Mai. Ma quali funghetti? Fatevi portare i peperoncini ibicenchi se ne avete il coraggio! Quelli rossi tondi, mi pare di ricordare. Forse,  dico, perchè ne ho immagini confuse. Li ho mangiati tutti. Ma ci sono volute due parillade e lei, felice come poche altre volte devono averla fatta sentire degli stupidi turisti, ci ha portato la carne migliore, cotta a puntino, quella riservata solo ai coraggiosi, e m’ha strizzato l’occhio, se ricordo bene. Se.

Non so nulla di Ibiza. Ora certo ne so un po’ di più, ma non ancora abbastanza. Ho anche imparato una grande lezione. Da sempre mi dico che il modo migliore per affrontare la vita è camminare nelle scarpe di più persone possibili, prima di dare giudizi di qualunque tipo. Ora ho capito che è importante non solo camminare nelle loro scarpe ma anche percorrere le loro strade. Saremo sempre turisti in un posto che non è casa.

Anche perchè se Ibiza fosse casa, non farei la radio probabilmente, coltiverei pimientos piuttosto. E aspetterei turisti presuntuosi per prendermi gioco di loro.
E invece no: li farei sott’olio e li lascerei agli angoli dei vicoli a Sant Antoni, per punire i festaioli che hanno ridotto quest’isola un inferno.

Pace e amore. Torno a casa va’.

 

Funk To Funky

blackstar

Tu sei lo spettatore, ti pigli l’arte così com’è: una risposta. Lo sei anche quando è la tua. Insomma quando sei lì, con la maschera, il costume il trucco e tutto il resto, sei anche fuori da lì, sei anche quello in prima fila. Sei quello che è arrivato per primo. Hai visto le prove, hai visto prima delle prove e prima ancora di pensare che le avresti fatte. E quando eri quello seduto sulla panchina illuminato dall’idea eri già anche quello seduto in prima fila durante lo show. La prima volta capita per caso, credo. E a tutti. Mentire, far finta, raccontare una storia, disegnare croci e cerchietti all’asilo. La differenza sta nel ricordo. Quando da spettatore lascerai l’artista cuocere nel suo brodo, tornerai a casa, camminerai, mangerai, parlerai, sorriderai e berrai il caffè, potrai pensare ai compiti da fare, alla telefonata che stai aspettando, a fare il bucato, oppure potrai riflettere sull’accaduto. Ma ero proprio io? E quella sensazione di essere in me e fuori da me, era reale? Se ci rifletterai, anche solo per un secondo, ti chiederai cosa ne è stato di te in quell’infinito istante di perfezione creativa e allora non ci sarà punto di ritorno. Troverai in quella misteriosa esperienza d’ubiquità la risposta a ogni nuova domanda. E saranno, dal bambino all’adolescente, sempre domande diverse. Chi sono io? Perchè mi batte il cuore? Cosa voglio diventare? Che colore è questo? La risposta sarà sempre il palco. Lì, perfezionando ogni giorno di più la tecnica, troverai nuove e bellissime risposta per il te stesso spettatore. Che il resto del pubblico possa solo intuire la domanda non sarà importante se resterà comunque toccato dalla bellezza delle tue risposte. Prenderai gli applausi, un bell’inchino e tornerai a parlare con la gente, a preparare la cena, a fare la fila alla posta. Poi, un giorno, mentre aspetterai l’autobus, o durante una birra con gli amici, o sbucciando una mela avrai una domanda nuova. Cercherai quel pagliaccio d’artista e stavolta gli chiederai della morte. Cosa succede quando si muore? Scrollerai le spalle e darai un calcio al sasso davanti a te, continuando a farti i fatti tuoi. Oppure continuerai a pensarci , alternando la curiosità dello spettatore alla necessità di quell’altro sul palco di sorprendere con una risposta. Ci penserai ancora, e ancora. Quella sarà l’unica domanda che avrà mai avuto importanza nella tua vita, e capirai che mai, non ce n’è stata mai una diversa, che dal primo giorno è solo quella a cui hai voluto trovare risposta. Accetterai la sfida e questo farà di te un uomo diverso dagli altri.

E ora cosa posso raccontarmi? Voglio sapere. Conoscenza. Scienza. Tenetela per altri quell’inganno chiamato fede, non per me, non per il mio impeto creativo che tutto puo’. Qualcuno, qualcuno deve pur sapere. Chiederò, studierò. Io saprò dire e saprò spiegare. E troverò un nuovo lessico, una grammatica usata o abusata da scienziati e stregoni. E il trasformismo non sarà che un espediente nel fare e disfare, nel dire che io, il riflesso di Narciso, e il mio spettatore attento, Narciso stesso, potremo esser questo e quello, nascere e morire, ogni giorno in quel percorso circolare che ferma il tempo, fino al giorno in cui la risposta ci sarà. Un altro da me. Un mago. Un astronauta. Un triste pagliaccio. Un significante sempre diverso per uno stesso significato. E nel consumarsi infinito dell’interpretazione, non ci accontenteremo di altro se non della bellezza. Quell’intuizione divina che è verità. E poi, quando la polvere tornerà alla polvere, e il funk al funky, sarà chiaro anche per gli altri che non era inutile il tempo perso a giocare col Maggiore Tom. Che era tempo fuori dal tempo e che, fino alla fine, nel tentativo di spiegare la morte, l’avrò sconfitta.

Credo sia questo.
E non ho giudizi di valore sull’uomo.
Sono nel pubblico, seduta accanto al suo spettatore preferito, se stesso. Lo guardo mentre, in piedi, applaude in silenzio, finalmente, per una risposta così completa, così meravigliosa, così perfetta, da lasciar sperare il mondo che non ci sia mai stata davvero, per evitare a tutti noi, miseri Narcisi o uomini comuni che fuggono quella domanda, un confronto scomodo a cui aspirare.
Nessuno, ha mai potuto più di quel che David Robert Jones/Major Tom/Ziggy Stardust/Aladdin Sane/The Thin White Duke/The Man Who Fell To Earth/Pierrot/The Goblin King/The Regular Dude/The Outsider/The Next Day Man/Lazarus ha potuto, alle prese con una risposta così impegnativa.
Alla fine ha vinto lui. E nulla più puo’ esser detto.

Il lato oscuro della Forza

darth

La Forza è: l’odore del caffellatte appena sveglia nel primo giorno delle vacanze di Natale; l’acqua calda sotto i piedi nudi, giocando nei pomeriggi d’estate a stare in equilibrio sul muretto del viale, mentre mamma e zia innaffiano il giardino; restare svegli più a lungo il sabato, ma solo dopo aver fatto il bagno e aver messo il pigiama; aspettare la domenica mattina che arrivino Massimiliano e Michela; il colore verde scuro del trifoglio alle otto di sera nel mese di luglio, mentre appesa con le gambe a cavallo di un ramo, dondolo a testa in giù guardando il sole; dormire tutti insieme in camera di Cinzia; fare lezione d’inglese vestiti come gli indiani e seduti in circolo; aprire gli occhi e capire dal silenzio nella stanza che fuori c’è la neve; annoiarsi qualche volta; lavare i capelli a tutte le bambole e poi stenderle al sole; fare la lotta sul tappeto; imparare a usare il videoregistratore e fare le votazioni per decidere cosa vedere; fare i compiti solo a metà; mettere le calze pesanti bianche; avere la febbre e restare a letto a guardare la tv; ascoltare la musica con le cuffie grandissime insieme a papà; giocare alle olimpiadi sul Commodore e perdere sempre; giocare a palla avvelenata e perdere sempre; giocare a quel gioco inventato che Massimiliano aveva chiamato Palla a Uovo in omaggio alla testa di Michele, e perdere sempre; giocare a nascondino “buione buione” dicendo a Valentina, di anni cinque, che deve contare fino a cinquecento prima di cercarci; immaginare di girare un film e fare il “ciak” con una lavagnetta e un legnetto; aspettare che zio porti dentro la legna per vedere come si accende il fuoco; il coro dell’Antoniano prima dei cartoni animati; andare a fare spese con mamma, solo io e lei; invidiare mio fratello perchè papà lo porta a vedere il Ritorno dello Jedi; puntualizzare che non esistono cose da femmine, e voler fare anche le cose da maschio; fare le cose da femmina con Cinzia e Valentina e dire a Michele che lui non può farle; cucinare insieme a mamma, ma con delle pentole piccole dove come per magia, appena mi giro, compare del sugo già cotto; scrivere una petizione firmata da tutti e portarla a nonna dicendole che deve togliere i pomodori da lì e farci costruire una piscina; fare la torta e imburrare la teglia mentre fuori è già il tramonto anche se sono solo le sei; sedere sul divano e non toccare a terra coi piedi; aspettare la telefonata per sapere se è nato Marco; diventare cinque dopo essere stati quattro per tutto quel tempo; stare seduti dopo pranzo sotto l’albero di castagno con nonno che ci racconta di come si fa a prendere la volpe; sperare che per cena ci sia il pollo al forno; fare la conta; risolvere le espressioni con le parentesi graffe; guardare Fantastico il Sabato e Discoring la Domenica, dicendo “io voglio fare quello”, senza sapere bene cosa fosse “quello”, ma averne più o meno un’idea.
Il lato oscuro della Forza è: ricordare tutto questo, e soffrire un po’, ma poco.
A Natale uscirà il nuovo Star Wars.
Non avevo sentito così tanto male, da quando papà non c’è più, come oggi, guardando il trailer.