Dubbi

Quelli che non scrivono sui social network.

twitcatPerché loro sono twitstar. Anzi #twitstar. Ci ho messo molto, ma alla fine l’ho capito. Infatti io sono un po’ tarda, perché mi perdo per strada raccontando un sacco di cose e facendomele raccontare. Guardo tutti quei film e ascolto tutte quelle canzoni e infatti penso che sia bello parlare anche di quelli, anche sui social network. Perdo tempo a socializzare. Quindi non avevo elaborato ancora l’importanza di non scrivere sui social network per essere davvero figa.  Anzi #figa. Me lo sono chiesto per parecchio tempo: quelli che non scrivono sui social network,  dove scrivono? A chi le dicono le cose? Si tengono tutto dentro e poi si incontrano in una stanza senza finestre e se le dicono a manetta l’un l’altro senza ascoltarsi davvero, ma solo per sfogarsi? Magari incontrano l’amico del cuore per prendere un caffè e le dicono a lui. Ma non vale, perché poi a chi lo dicono che hanno incontrato l’amico del cuore e la cosa li ha molto rallegrati? Devono avere un altro amico del cuore  a cui dirlo, che hanno incontrato l’altro amico del cuore. Ma se poi i due amici del cuore si conoscono su Facebook, ecco che la rete è presto fatta. Sei social. Anzi #social. Social sì, va pure bene, ma Fb mai. Per carità. Anzi #fb. I social network sono sempre esistiti, che nessuno s’inventi il contrario. C’erano i capannelli a ricreazione quando si andava alle scuole medie. Il muretto alle superiori. I gruppetti a mensa all’università. C’era chi scriveva persino le lettere  a Cioè. C’è sempre stato qualcuno a cui far sapere una cosa con l’intento di farla sapere poi a tutti gli altri. Chi non stava nei capannelli di quelli che truccavano i motorini, stava in quelli di chi s’ascoltava la musica grunge. Chi non stava nemmeno lì stava nei capannelli di quelli con le storie d’amore complicate. E chi non stava in nessun capannello, stava comunque nel capannello di quelli che non volevano stare con nessuno, quindi alla fine i disadattati della socializzazione , socializzavano tra di loro. Non è cambiato poi molto da allora. Con un’unica eccezione: se vuoi essere Fonzie, devi avercela su con quelli che scrivono sui social network, e solo allora potrai diventare una vera twitstar. Scusate, #twitstar. Devi avercela anche un po’ coi giornalisti, però, perché ti rubano il lavoro da #twistar. A meno che tu non sia un #giornalistatwitstar, e allora è un altro discorso. Fonzie, lui, in meno di 140 caratteri, naturalmente incomprensibili, non ti dice niente di sé (non sia mai!) ma dice un sacco di cose a proposito di quel che dicono tutti gli altri. Allora quei tutti gli altri diventano suoi follower, essendo lui  figo proprio perché non scrive sui social, e può quindi diventare  il re dei social. Anzi, mi scuso di nuovo, il #redeisocial. Capito? No? Neanche io, bene bene. Ma pare funzioni così. Prendi Gesù. Non sarebbe mai stato una twitstar lui. Sempre a raccontare, co’ tutte quelle parole, e tutti quei miracoli noiosi, che: «Fossero almeno state citazioni di Kerouac andava pure bene, ma non è che ora perché hai portato un po’ di pesce e un po’ di vino, puoi stare lì a  dilungarti su come si pesca bene nel mediterraneo.» Infatti a me il blog di Gesù, onestamente, sarebbe piaciuto molto e mi sarei iscritta ai Feed. Ma Splinder ha chiuso, Tumblr annoia, e su WordPress si fa fatica a ingranare. Lui, come tutti noi vecchi , prolissi e noiosi blogger, avrebbe ripiegato su Facebook e io gli avrei chiesto l’amicizia. A me Facebook piace molto. Anzi #tantotanto, che fa molto più groupie. Brutto eh? L’ho fatto apposta per trollare le groupie. Non è proprio come era su splinder, ma è una piazza facile, dove ci incontri la gente che ti racconta le sue cose e tu gli dici le tue. In un modo o nell’altro, si continua a fare quello che si faceva in piazza il sabato pomeriggio.  Non ci vedo niente di così drammatico, anzi, per me che lavoro tanto al computer è bello poter tenere i contatti e scambiare opinioni senza dover per forza trovare la frase a effetto, ermetica quel tanto per essere #intellettualmentedirilievo. Gli Apostoli, che avrebbero invece ripiegato sui 140 caratteri da superstar del copy, si sarebbero limitati a tirar fuori i titoli delle parabole, che ne sintetizzassero il contenuto, dotati di ashtag capolavoro.  E giù un milione di retweet. Tipo “@Lazzaro si fa presto a dire #alzatiecammina. E poi quello era un @paralitico, mica un morto. #confusioneevangelica”. Lo confesso. Ho fatto la prova su twitter per vedere se il tweet entrava nei 140 caratteri. Fiùùù. Entrava. Hai visto che ashtag, sì? Potrei persino fare la groupie, con una dote così per gli ashtag. E magari mi chiamano a lavorare #allaradio. Sai come è, già che è un po’ che lo faccio, sarebbe anche ora che mi facessi followare per questo. Ah già, dimenticavo, è il contrario: se ti followano allora vai #allaradio.  Ah ah ah. Anzi #risataironica.

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