Convinzioni, Esperienze

13 Reasons why i didn’t like 13 Reasons Why. Ovvero i miei 13 motivi.

Il primo motivo è che sono in un periodo “no” della mia vita. Non so bene di quale vita, delle tante che ho vissuto fino ad ora, ma sono certa che sia un “no”. Sono la Barbara peggiore che ci sia mai stata fino a questo momento. Mai così cinica, mai così arrabbiata, mai così lucida, severa, e soprattutto mai così antipatica. Mi sto talmente antipatica in queste settimane che mi sta venendo voglia di diventare amica di me stessa. E qui arriviamo al secondo motivo, legato al tema e non alla serie in sé: a tutti capita prima o poi di farsi pena da soli. Io non conosco nessuno che non si sia crogiolato nel ruolo della povera vittima indifesa almeno per una volta, ma quel trucchetto dei “passivo-aggressivi” è anche tempo che venga smascherato, dopo esser sopravvissuti allo sdoganamento dell’adolescenza come ricatto morale, no? Nel mio, a lungo cercato e faticosamente raggiunto, “periodo no” mi sono data una sola regola: prima l’onestà intellettuale poi l’empatia. Obiettivo: un’ empatica onestà. Quindi Hannah Baker non mi fa pena perchè per troppo tempo ho puntato tutto sulla mia capacità di far pena a me stessa e, sebbene in qualche occasione sia stata anche credibile, il siparietto lo conosco bene e la verità è che è solo un altro modo di dar sfogo alla propria vanità. Smettiamola di farci pena da soli,’ché tanto agli altri, giustamente, davvero non gliene frega niente. Punto. Se nel 2017 all’ highschool della provincia americana va così, nel 1992 al liceo di provincia romana, andava allo stesso modo. Non lo chiamavano bullismo e nemmeno me lo ricordo come lo chiamavamo, ma credo che fosse sufficiente dire che eravamo degli stronzi. Visto però che siamo in aria di progresso e che ci siamo evoluti al punto di dare una parola alle sventure quotidiane dell’adolescenza, è anche arrivato il momento di fare un ulteriore saltino in avanti e capire che è poi Hannah Baker a vincere la coppa dei campioni di bullismo. E questa è la terza ragione per cui le fondamenta psicologiche della serie traballano: non la definirei mai, come ho scioccamente sentito fare, diseducativa, dico solo che urlando ai quattro venti la pericolosità del bullismo, ne diventa portavoce mediatico e addirittura invito, quindi più che diseducativa è contraddittoria. Ah la vanità nel credere di sapere cosa “educa” ad una sana vita in società e cosa no, quando la vita in società non può in alcun modo essere sana, perchè non consente la liberazione individuale dell’energia data dalle pulsioni più basse! Finito, ora divento buona. Il quarto motivo per cui non poteva assolutamente piacermi è che ho visto troppe serie tv per farmi fregare così. Suvvia, non siamo ragazzini che scoprono Lost nel 2016, noi nerd dei tempi non sospetti. La cassettina gne-gne, con le cuffiette della Philips, il numero 13 per stare due passi avanti a Undici di Stranger Things, la bici di Elliott a E.T, il recupero di Donnie Darko, che già aveva a sua volta provato il recupero degli anni ’80… Santa Madonna Luisa Veronica Ciccone, che palle! Allora, tanto per essere chiari: se per ogni volta che avessi dovuto riavvolgere una cassetta con la matita pur di non sprecare le batterie, avessi avuto un lettore mp3, col tastino rewind e ffw, avrei detto subito: “sì, grazie, datemelo e ripigliatevi ‘sta monnezza.” La bici ce l’ho pure adesso, anzi è meglio perchè da Decathlon costa 200 euro il super-modello maxi-sprint. La comitiva del tipo “chi ha mai più avuto gli amici di quando aveva 12 anni?” è un’opinione perchè io non ho mai più avuto quelli che avevo a 30. Basta con questa atmosfera, fotografia, ambientazione anni ’80. E se anche non bastasse: basta con la mercificazione degli anni ’80 rivolta alle generazioni che si stanno immaginando una cosa diversa da quella che era. Noi nati nei primi anni ’70 siamo stati molto nostalgici, abbiamo pianto perchè proprio quando avremmo dovuto iniziare a contare qualcosa, ci hanno tolto tutti i soldi, i sogni, il pane di bocca e, ancora piangendo, abbiamo iniziato a morire di fame. Poi a un certo punto qualcuno deve aver capito che era inutile recriminare contro quelli più vecchi di noi, e ha scoperto che per iniziare a guadagnare qualche spicciolo dovevamo vendere la nostra nostalgia dei tempi andati a chi non potesse controbattere perchè non li aveva vissuti quei tempi. Che infatti sono andati. Questo è bullismo! Quindi se il quarto motivo è la banalità, il quinto è l’astuzia disonesta.
Sesto e settimo motivo sono legati a una cosa fondamentale nelle serie tv: i dialoghi sono terribili e i personaggi non hanno spessore. Una citazione su tutte: «Non sei tu, Casco, sono io. Sono io che non ti merito.» Lo sciopero degli sceneggiatori a Hollywood nel 2007 ha fatto danni incommensurabili. E’ da allora infatti che, quella che doveva essere una situazione d’emergenza, in cui dilettanti allo sbaraglio si improvvisarono sceneggiatori, si è trasformata in una consuetudine. Durante lo sciopero degli sceneggiatori, How I Met Your Mother si fermò. E se lo sciopero fosse durato per sempre non sarebbe più ripartito. Questa è onestà, bellezza, purezza. I dialoghi di How I Met Your Mother insegnano agli angeli a sorridere. E ai dilettanti che scrivere è un’altra cosa.
L’ottavo motivo per cui 13 Reasons Why non mi è piaciuto è che a un certo punto inizierai a pensare: «Forse si riprende». E invece no. Non sapevano come farlo finire. Questa è la prima cosa che penserai. Quando invece la cosa evidente è che s’è imposta la necessità di creare aspettative per un seguito. Quanti motivi mi mancano? Ecco, cinque.
Non sto affatto menando il can per l’aia pur di rubare tempo, sto solo dimostrando, con una lista di 13 motivi in un post solo, che tredici ore di serie tv sono lunghe come la merda. A meno che tu non sia JJ Abrams, oppure non utilizzi alla grande la linea narrativa verticale. Come in The Big Bang Theory. La lunghezza ingiustificata, era il nono motivo, comunque.
Il decimo è per forza legato a Twin Peaks ma questo, ormai, lo sanno tutti. Dopo Twin Peaks nulla è stato lo stesso. Portare il simbolismo in tv, in prima serata, in Italia addirittura come alternativa alle partite del mercoledì sera, invitando alla visione quelle stesse famiglie che in apparenza potevano essere la famiglia Palmer, fu geniale, folle, ironico ovviamente. Poco importava se molti non avrebbero capito, se il tormentone “Chi ha ucciso Laura Palmer?” sarebbe diventato più importante del vero significato della serie, lui, David, l’aveva fatto. Chi nel tempo si sarebbe occupato ancora di quell’arte un po’ oscura che è il cinema l’avrebbe capito, avrebbe imparato. Avrebbero tutti reagito in futuro al consueto taglio della programmazione per motivi di audience, ispirandosi al suo colpo da maestro: tornare solo per un’inarrivabile conclusione di stagione, che fosse uno sberleffo, uno schiaffo morale. «Non l’avete voluta la terza stagione? E ora beccatevi ‘sti ventisette anni di dubbi.» E invece no, è andata nel peggiore dei modi possibili, perchè le atmosfere cupe, i dettagli distribuiti ad arte, i colori, le frasi-rebus diventate tormentone, erano solo la coperta che, essendo ovviamente troppo corta, faceva intendere che ci fosse altro a cui prestare attenzione. Così invece di concentrarsi fosse anche solo, che ne so, sulla tecnica di far capire una cosa, mostrandone un’altra, hanno preferito ripetere a pappagallo quelle suggestione per far sentire intelligenti gli spettatori che le avessero riconosciute. Si sono svenduti la coperta di Twin Peaks, ma noi no, non ci avranno mai.
L’undicesimo motivo è un fraintendimento generazionale. A quindici anni dicevo, come tutti i quindicenni, che gli adulti avevano dimenticato come è sentirsi a quindici anni. Eccomi qui, ne ho quarantatré, e non solo non l’ho dimenticato, ma voglio credere di essere migliore dei quindicenni del 2017, come in effetti i miei professori erano migliori di me. Così quando ero ragazza io, noi eravamo quelli che dovevano imparare la vita da chi l’aveva iniziata a vivere da più tempo di noi e ora che gli adulti, dal latino, “adolesco” mi “sono già nutrito”, contro l’adolescente che si “sta ancora nutrendo”siamo noi, veniamo dipinti come dementi che non distinguono una storia di stupro da una di cazzeggio. Paranoici, ossessivi, superficiali per di più. Insomma, sono io che sto sempre dalla parte sbagliata, o forse è tempo che si torni parlare di Brenda e Brendon come di quelli che poveretti, devono ancora mangiare qualche chilo di sale?
Il dodicesimo motivo è la scena in cui Hannah si taglia le vene. Non l’ho vista. Un istante prima mi sono coperta gli occhi perchè ero sicura del fatto che l’avrebbero mostrata cruda come è cruda una scena di vene tagliate. Così poi se ne parla, no? Becero.
Infine 13 Reasons Why è una brutta serie tv, perchè nessuna serie tv davvero bella ha bisogno di un hashtag tanto di moda quanto #13reasonswhy. E mi rode un po’ del fatto che l’uso di questo hashtag renderà questa mia recensione, nemmeno scritta tanto bene, più popolare del mio post precedente, in cui ho messo un racconto breve scritto un anno fa, che trovo molto più bello di questi tredici, sporchi, tuttavia ragionevoli, motivi per dire che, no, 13 Reasons Why tutta questa attenzione, inclusa la mia, non la merita.

Standard
Dubbi, Esperienze

St. Patrick

Io non so perché andai da lui. Il mio cuore, solo lui lo sapeva. Un rifugio così nascosto alla vista mia, delle mie mani, delle gambe che mi ci portavano, dei miei pensieri. Quale cuore, poi? Sono troppo grande per un cuore. «Perché è solo inganno. Chimica.», disse la mia pelle. Forse il cambio di stagione. Ma ci andai. Di nascosto da tutta me stessa, perché camminando pensai ad altro: al lavoro, al tradimento di una speranza, alla tristezza che mi aveva sopraffatto e che non avevo voluto ammettere. Una delusione da niente, se non l’ennesima sommata alle altre, in fondo. Ma, quella delusione, possibile che bruciasse così tanto da richiedere la ritirata? Come perdere l’equilibrio dopo una spinta e sentirsi sconfitti per quello, dopo giorni di combattimento a mani nude. Ci andai, insomma. E lui fu lì a guardarmi con quell’espressione benevola, quella di sempre, che non chiede mai «Dove sei stata?». Ho contato gli anni e i mesi e i giorni d’amicizia mentre andavo lì. Dove siamo stati, amico mio? Sempre qui, sempre l’uno accanto all’altro sebbene divisi, come due che si salutano con la mano da lontano e mentre lo fanno incedono con lo stesso ritmo in direzioni diverse, senza mai staccarsi gli occhi di dosso. Poi una volta distolto lo sguardo, eccoli, eccoci, di nuovo frettolosi nel tempo ciascuno di sé ad aggrovigliare progetti e speranze e cose da fare e soluzioni da trovare. Un passo in più per ogni giorno e un nuovo strappo da ricucire e la strada da fare e ancora costruire e salvare, senza sosta, lontani e diversi, come sconosciuti che si passano accanto. Ma quale tempo se non questo qui? Questo nostro, di sempre, come se il salutare con la mano ogni volta fosse solo un rito inutile per chi, nel profondo , non si separa mai. Quella sera andai da lui. Ci andai come andare a casa, anche se io non ho una casa. Sempre ricomincio, sempre cado, sempre sopra un filo, sempre senza dirmi che la mia casa ha il suo nome. Mi fu vicino subito. Da dietro il banco del bar quasi saltò. O forse non quasi, sì, mi pare che saltò per venire a stringermi. Non potevo giustificare ai miei pensieri, alla mia pelle, alle mie mani quell’abbraccio, così non chiesi il permesso a neanche una parte di me e mi arresi a lui come fosse respirare. Mi prese la mano e mi disse ridendo che ero buffa così truccata. Quei capelli così lisci e la pelle bianca, le labbra rosse di vetro colorato, come bambola in vetrina, a lui facevano sorridere nell’idea, condivisa, che la vita sia scegliere una maschera ogni giorno. La filosofia del travestimento chiara solo a noi che, un tempo, finivamo sempre per spiegare ai polli come si fa a volare.
«Chi eri oggi?»
«Non ricordo mi pare ci fosse un palco da qualche parte.» Ce n’è sempre uno, pensai.
Poi le lacrime così, senza piangere, come quando si è piccoli e si va da papà facendogli vedere la sbucciatura al ginocchio, senza dire una parola e senza smorfia, solo con le guance rigate. E con quelle lacrime così grandi che sembravano persino inventate. O forse invece proprio le inventai, solo perché me le asciugasse lui. Non è una domanda che ora voglio fare al mio cuore, ‘ché se fu un inganno quel che feci quella sera, per sempre così lo terrò. Gli dissi della ferita, ma si accorse che la cicatrice che gli indicai era troppo piccola per avermi procurato chissà quale dolore. Così aggiunsi altre ferite e tutte insieme divennero un male da curare. Lo curò. «Così poi potrai tornare a fare il verso del leone. O della scimmia, se ti fa più comodo.» Spavalderia e baldanza oggi, per le risa in pubblico di domani. «Perché non del pavone, allora?» Tutto fuorché un uccellino, certamente. «Sono venuta a farmi lisciare le piume», pensai. Me le lisciò e non aggiunse altro se non i baci. Mi portò fuori in cortile, nel retro del locale e quando mi prese per mano attraversammo i tavoli e gli sgabelli dove si brindava a San Patrizio, che diventavano silenziosi mentre passavamo noi. Nel tempo a lungo ci eravamo chiesti perché fossimo come un miracolo agli occhi della gente, fino al giorno in cui avevamo iniziato a sorriderne e basta, senza farci più domande. Fummo lì, a guardar da fuori le finestrelle colorate tutt’intorno e con la gamba, senza lasciarmi, come per dire «Sono qui dove sono sempre stato», sistemò a testa in giù le casse di birra così che potessimo sedere l’uno accanto all’altro. Volli nascondere il viso, subito quello. Infilarmi in un posto piccolo tra la linea ossuta del suo profilo e quel punto del collo da cui potevo sentirlo parlare piano senza riuscire ad ascoltare la voce. Solo quel vibrato che mi pare dicesse che ero bella di una bellezza che poteva vedere soltanto lui. Non lo disse. E così con la faccia piantata contro di lui, bofonchiai che avevo immaginato di sentirgli dire una cosa che non avrebbe detto mai. Sorrise e lo seppi perché mi spostò un po’ i capelli quella fossetta che mostra sulla guancia destra quando sorride. Una sola, come vuole la fisiognomica di chi fa sempre le cose a metà. In quella fossetta ci infilai le cose per cui ero arrabbiata, poiché lui me lo permise. E finii stremata, vittima come m’ero disegnata sotto i piedi di chi s’era approfittato di me, piangendo sulle sue labbra. Le labbra sul viso e i capelli e le mani e le ciglia e la pioggia, che non c’era, ma sembrava. Così quando le lacrime mi arrivarono alla bocca, ed eravamo così mischiati da non lasciarmi un solo fiato che fossi sicura fosse il mio e non il suo, gli dissi sottovoce che doveva ricordarsi di non baciarmi sulla bocca, ‘ché non era nei patti. Poi pensai che nessuno dei due aveva mai scritto neanche una delle regole che avevamo rispettato nel tempo. Ma lui aveva detto «Va bene». E io m’ero aggrappata ai brandelli di quel petto che sentivo battere, ridotto così da troppe botte prese nel tempo. Gli chiesi: «Ti ricordi quella notte di tanti anni fa, in cui ti chiesi di baciarmi e tu mi dicesti di no?» Poi aggiunsi: «Uno dei due, a turno, è sempre più saggio dell’altro.» Rise ancora e io, aprendo un occhio, attraverso le maglie del pullover che indossava, vidi la luce verde diffusa nel locale arrivare annebbiata a confondersi con l’incavo nelle due linee tra il suo naso e le sue labbra. E le labbra, quelle, dissero: «Eppure il meno saggio di noi due riesce sempre a convincere l’altro.» Le guardai, poi non potei guardarle più. E mi lasciai consumare piano, prima approfittando di quella distanza piccolissima nello sfiorarsi che ancora era salvezza e che mi concesse il tempo per perdonarmi, poi nel contatto lento, che trasformò la carne in miele. E io restai lì, fuori, e lui lì con me, come due che hanno perso, a guardare, stretto in un abbraccio, quel qualcos’altro da noi, di cui però potevo sentire il calore, il velluto, come fosse sabbia calda sotto i piedi in un pomeriggio di luglio. Sentivo per lui e lui sentiva per me. Cademmo e tornammo su, come leggeri sulla superficie oleosa d’un fiume, e intorno forse un cicalare fitto e il battito d’ali d’una libellula. Poi le parole di caramella, tanto sottili da poter passare attraverso quei sospiri e lui mi chiese quanto potevo restare ancora, prima di andare via. Dissi, non so per quale motivo, «Undici minuti» ma poiché ci eravamo smarriti in un tempo non misurabile, si allontanò solo per guardarmi negli occhi e contare il tempo. Mi guardò così forte che quasi mi fece male e disse: «Ti bacerò per undici minuti, allora. Poi andrai via. Giacché questo abbiamo.» Io pensai che fosse una buona idea. Così chiusi gli occhi come per dirgli dove mi aveva fatto male e lui mi baciò quegli stessi occhi, che erano anche i suoi e io li baciai e poi fummo come uno. E io sentii l’amore. No, io lo fui. E mai, mai in nessun altro modo, per nessun motivo che non fosse quello stesso motivo nostro, che tuttavia non conosceremo mai, nessun altro ha potuto mai, perché l’amore è solo quello e non esiste una versione alternativa, anche solo immaginata di quello spazio bianco in cui confondersi e non esserci più, o esserci troppo, ma senza poter usare i sensi, perché inermi, quando tutto scompare e non c’è nulla da guardare, o toccare o ascoltare, o pensare, se non l’amore. Un assioma. Non lo so dire ancora oggi, ma mi tremano le gambe ogni volta che ci penso e penso che è sempre lì, quel qualcos’altro da noi, e che non c’entra niente con la mia vita, né con la sua, né con quella degli altri che ogni giorno parlano, dormono, vivono, sorridono e si arrabbiano con noi. E non c’entra niente con nessuno e con le nuvole, e con le lenzuola stese odorose di fiori, e con la luce del tramonto, e con i sassi e il muschio e il sesso e le labbra di vetro rosso e questo mondo, perché, giuro, non è una cosa di questo mondo. Quando finimmo di essere amore, nel cortile del suo bar, quella sera a San Patrizio, restammo comunque noi. Come lo eravamo stati prima di allora, e come lo saremo domani. Undici minuti, dicemmo. Non ne cercammo mai conferma, semplicemente decidemmo che erano passati. Poi ci scompigliammo i capelli prendendoci un po’ in giro, fino a riderne come pazzi. Restai invece ancora dieci minuti e ci raccontammo, come ogni altra volta avevamo fatto in quei pochi incontri negli anni, dei guai, dei progetti, delle conquiste, delle famiglie, dell’ultimo libro letto e di un film che non avremmo mai visto insieme. Ma sarebbe stato bello poter andare al cinema e magari dire agli altri, non solo ai passanti che sempre ci spiano invidiosi e meravigliati, di essere ancora così amici, come davvero lo siamo. Tornai a casa e fui felice per noi. Ma, se ci penso oggi, sono felice davvero per tutti. Anche se loro, i tutti che immagino affaccendati in mille cose ogni giorno, come me, forse non lo capiranno mai. Io sono felice per loro e per la loro possibilità nascosta di gioia. Ma basta, ho finito. Sarà meglio ritirare i panni, le altre cose di questo mondo e rientrare in casa. Sta per arrivare la pioggia e voglio guardarla in silenzio al riparo da tutto questo.

And the chorus goes:

(i'm a female rebel)  
Sleeplessly
Embracing
You
Standard
Esperienze

Rimorso!

La vita non è perfetta, le vite nei film sono perfette. Ecco una storia imperfetta: facevo radio da pochissimo tempo e siccome al tempo i corsi per diventare conduttore radiofonico non c’erano e si imparava prendendo i calci da colleghi e ascoltatori, non ero capace. O meglio: non avevo quel talento naturale che hanno alcuni in dizione, impostazione della voce e intonazione, in più di tempi radiofonici non sapevo niente. Ma ero più simpatica di adesso. Non c’erano i social, dove tutti sono amici di tutti, e così presi un indirizzo email e scrissi a un conduttore già mediamente affermato per un consiglio. Mi rispose che la radio era un’altra cosa da quella che facevo io, che dovevo studiare ma che probabilmente quell’impostazione così necessaria per fare quel lavoro non l’avrei mai avuta. « Però “sei carina”, prova in altri campi. Hai un’idea vecchia e romantica, che suona un po’ “popolare” e troppo confidenziale… anzi, scommetto che ti piace il film Radiofreccia.» Touchè. Decisi che forse in qualcosa si sbagliava. Non dimenticherò mai quelle parole così insipide. O meglio, adesso capisco quanto lo fossero, al tempo mi ferirono. Non so bene come ma ho imparato quelle cose così difficili da imparare, tanto che i provini più importanti della mia vita sono persino andati malissimo perchè ero troppo poco “confidenziale” e troppo precisa. Però ho lavorato molto. Lo dico sempre: la vita fa ridere. Radiofreccia in tutto questo tempo è sempre stato il mio film preferito, sì. Ma ho trovato estremamente rassicurante poter fare questo lavoro senza dover intaccare di un centimetro quel mio solido totem. Come un segreto prezioso da custodire, che non è che dai via così.
La maschera da Mary Poppins, se sei Freccia te la puoi mettere. Ma il punto è che se sei Mary Poppins, Freccia non ci diventi.
In un mondo crudele dove tutti per anni hanno gridato al miracolo ogni volta che sentivano cinguettare Mary Poppins, improvvisamente va di moda essere Freccia.
Mi sta un po’ sulle palle ‘sta cosa, ma se ci penso bene, fa più ridere che altro. Per fortuna “sono carina”, e il grande vantaggio in questo è quello di sembrare anche scema. Così è più facile continuare a essere se stessi, mentre il mondo intorno, che è un brutto mondo, fa i suoi giri. Io delle mie canzoni mi fido ancora adesso, credo davvero che non puoi sapere un cazzo della vita degli altri e quelle come me sposano sempre Ilaria. O la versione maschile di Ilaria, che si fa i fatti suoi e nelle cose di radio non c’entra perchè sa che sono cose grosse.
Ah, e il Rimorso l’ho passato tempo fa. Che se ce l’avessi ancora, questa sì sarebbe stata una grossa occasione.

Standard