Convinzioni, Soluzioni

A me le Rossana fanno schifo anche se sono rimaste solo quelle.

 Li ho sempre un po’ invidiati io, quelli che amano le Rossana. Che poi secondo me a loro non piacciono davvero. Già dolce, fatta di caramella caramellosa, in più con dentro la crema zuccherosa. Ma per favore. Orsetti gommosi, quelli verdi prima di tutti. M&M’s rigorosamente con la nocciola, meglio se rossi. Il Liquirone e le Goleador. Cocacole frizzanti.  Le Fruit Joy, se proprio non si vuole rinunciare al vintage e tutt’al più una Halls agli agrumi, per stare al passo coi tempi. Ma le Rossana no, fatemi il favore. Un po’ come i pastiglioni alla menta fresca che avevano in bocca la consistenza dell’aspirina americana. Va be’. Comunque, finite tutte le altre, quando nella ciotola sono rimaste solo tre Rossana, in molti dicono di sì, anche se la sera prima stavano dicendo a un amico che piuttosto che mangiarsi una Rossana si sarebbe lasciati morire di fame. Poi invece, in preda all’ipoglicemia, in piena carestia di Big Fruit, se le ciucciano come fossero gommose ai frutti rossi. La vita felice (immaginata) è dei possibilisti e io non lo sono. Non dico felice. No, no perchè? Io sono felice, ma non tutto il tempo, perchè non sono possibilista. Semplicemente quando non ho quel che voglio, come lo voglio, non voglio nulla. Rossana? No grazie. Ma guarda che c’è solo questa eh. E pazienza, farò senza. Insomma sono felice solo quando lo sono davvero. Quando non lo sono, sono normale, ma se mi chiedono “come va?” dico che va di merda. Però lo dico sorridendo, perchè il buonumore non va mai perso. Eppure, Rossana a parte, ho passato una vita ad essere accomodante. Ciao, buongiorno, ma certo, tutto bene, sono d’accordo, facciamolo, come vuoi tu e se ci tieni per te tutto. Ma perchè invece non ho detto più spesso: fanculo no, non mi piace,non mi muovo, tienitela te sta Rossana che a me fa schifo e muoio di fame piuttosto? Me ne sto seduta qua, con le gambe incrociate che non si incrociano mai perfettamente perchè mi fanno male le ginocchia dopo un po’, a guardare fuori la primavera che è esplosa in questo enorme parco che un tempo chiamavo casa. Una prigione dorata in cui mi sono cacciata di nuovo. Maledetta me. Vuoi una Rossana? No, grazie. Poi ti passano una Rossana con la carta blu, ingannevole e fedifraga, e tu dici “ah be’ allora se ha la carta blu”. E invece no. Bocca chiusa a sigillo e dieta per non cedere al richiamo dello zucchero. Perchè per imparare a dire  “no fanculo, neanche se mi ammazzi”, devo pensare insistentemente a quell’unica eccezione della mia infanzia. La missione è aumentare il numero dei limiti invalicabili e fare leva su quel principio che è la sostanza di cui sono fatta io, e anche i miei sogni: l’onestà intellettuale. Le cose sono cambiate quando ho smesso di  desiderare intensamente e mi sono chiesta perchè desideravo. Fai la prova, su. Voglio questa cosa. Sì, ma perchè la voglio?  E diventi potente in un secondo. Niente orsetti gommosi? Pazienza, tanto non è che volevo una caramella, volevo quelli. Rossana o pesce al forno a quel punto pari sono. E’ una gran presa di coscienza. Non è che faccio festa. Anzi, c’è grande soddisfazione nel dire che sto di merda. Fredda come il marmo sono. Muta come un pesce divenni. Immobile come un sasso mi trovarono. No no no. Anche se intorno a me, in una malconcia posizione di Buddha, uno scroscio di carte di caramelle rosse impedisce ai miei pensieri di fluire. Mi scusi non ho il resto.  Le do anche 400 caramelle “. “in cartone?!?” “no!… sciolte…”. Tenga pure il resto, e tanti saluti.

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Sì, ho paura del buio. E non è vero che non è per sempre.

Ecco come stanno le cose: non è più tempo di farsi delle illusioni.
Andava ripetendo tra sé.
Ora, a parte il fatto che io non mi faccio illusioni, piuttosto vaglio molteplici possibilità, questa storia che ripeto le cose a me stessa deve finire. Sono grande, è ora che la smetta di rimproverarmi per cose che non posso cambiare. Mi sono abituata a questa mania del controllo e poi il primo segno di guarigione dalle nevrosi è avere consapevolezza di esse. Mi piacciono le mie nevrosi, le amo persino. Le vorrei, se non le avessi già. Sono piccola, ho diritto a tutte le nevrosi che voglio. E che nessuno mi rompa le scatole. Va anche bene se a puntare il dito contro di me sono le persone buone, oltre me stessa, ma che adesso addirittura io abbia scoperto che esistono i cattivi e che debba sopportare il loro sudiciume, no eh, mi pare troppo. Sì, io ho paura del buio e quando dormo sola tengo la lucetta accesa. E per sempre ascolterò la musica mentre dormo, per sempre. E siamo due a zero per me. E’ il momento della verità e del cinismo e io sono così cinica che quando ieri mi  è diventato il cuore duro come una pietra, in quella sensazione che m’era capitata solo altre quattro, cinque volte, mi sono detta: “E’ proprio strano come succede, ed è bellissimo quel freddo che s’impadronisce di te”. Io so chi sono: sono cresciuta in provincia, in una casa molto grande con tante persone. Due fratelli hanno sposato due sorelle, quattro nonni, sette tra cugini e fratelli, gli amici al muretto, le feste in casa, il Natale coi biscotti e la spesa con nonna il sabato mattina. La prima volta con il mio primo amore, i voti alti, i genitori insieme per una vita. Se la mia non fosse stata una famiglia comunista e matriarcale sarebbe sembrata quella di Seven Heaven. Ma era veramente così comunista che alcuni, come mio nonno e mio padre, hanno preferito lasciare questa terra pur di non vedere il governo Renzi. Io sono uscita dall’eremo a ventitré anni e sono stata la scema del villaggio per un bel po’. La prima volta che ho avuto a che fare con chi mi accusava di buonismo credevo che scherzasse. Ma che è sto buonismo? Io nel mulino bianco ci ho vissuto davvero e se qualcuno ne volesse la prova… be’, il mulino sta ancora là eh, e chi ancora ci vive chiede il permesso persino a Rosina per prenderle le uova ogni mattina. Fa ridere, io faccio ridere. Facevo. Ho ancora paura del buio e per sempre ne avrò. Perchè il buio mi confonde, non mi fa vedere le cose come sono realmente. Ma oggi sono diventata un po’ più cattiva, quel tanto che basta per capire cosa non sarò mai. Mi viene da vomitare davanti alle serpi. Cammino e ne incontro ovunque. Le vedo belle con gli occhi grossi e le ciglia che fanno vento. Mi spaventerebbero se non conoscessi i loro obiettivi. Le serpi vanno dove non vado io, cioè ovunque ci sia sole.
Senti, tu, vaffanculo.
Sono vent’anni che mangio il sale e non ho mai pestato un callo a nessuno. Non venire a pestare i miei solo perchè pensi io sia distratta, ché è tempo per me di dirti che non è per sempre. Non è per sempre quell’illusione di vittoria. Perchè tu non sei abbastanza. Devi sperare che vada male a me perché vada meglio a te. Quanta tristezza. Quindi sì, io ho paura del buio, sono un po’ ingenua, credo nel paradiso dei buoni, e studio molto per avere risultati. Non ho mai fatto favori sessuali e quando me li hanno chiesti non li ho capiti. Pensa. A me non importa di andare in un posto qualunque dove vuoi andare tu, anzi, quando vedo un nido di vespe lascio che si pungano tra loro, chè io ho altro da fare. Il talento è una schiavitù perchè se come me ci sei nato, con il talento, senti di dovergli portare rispetto. Ma lui ti ripaga. Sai come? Ogni giorno al risveglio è lì a suggerirti nuove idee. Tu potrai copiarne quante ne vuoi. Io ne avrò sempre di nuove e migliori di ieri, da metter in opera lontano, lì dove non dovrò sentire la tua puzza.
Agli altri, buona vita.
E che ognuno si faccia i cazzi suoi, ‘ché io Rosina l’ho vista pure incazzata e non era una presenza piacevole. Ciao.

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Panta Rei

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Oggi è uscito il disco che mi salverà la vita. L’ho aspettato senza saperlo. Da settimane sono entrata nel meraviglioso periodo più difficile della mia vita, fino a questo momento. Dico meraviglioso perché so che un giorno ricorderò ogni dettaglio, colore e suono di questi giorni così importanti e brutti. La meraviglia è in ciò che resta immobile nel tempo, come uno scoglio nel fiume, mentre  il resto gli passa intorno, senza scalfirlo mai. La maggior parte della musica, soprattutto per me, è una specie di piacevole rumore di fondo. L’emergenza del ricordo in certi casi è data solo dalla necessità spicciola che si risolve in appunti sparsi, playlist su soptify, qualche cd con la linguetta che esce fuori dalla libreria, per lavorare anche quando nella mente quel titolo esatto per richiamare il contesto del discorso, non c’è. Altre volte invece una parola, la vista di un oggetto, una notizia, mi riportano all’istante, mentre sono in diretta, a cose e canzoni del passato così chiare, nitide, come fossero di oggi. A quel punto, in un attimo supero il piccolo dramma dell’interferenza del personale nel fluire del discorso mandando su quella canzone importante che suona già nella mia testa, senza aggiungere altro. E sono salva. Questo è il senso di Currents, credo. Ogni cosa fluisce nel tempo, rivelando in ogni secondo, nuovi aspetti della sua essenza e apparendoci per questo diversa. Panta rei. Tranne che in alcuni momenti. Il momento in cui capisci che una cosa è finita. Quando incontri per caso un vecchio amore e per un secondo ti sembra di essergli ancora accanto. Quando fai un errore consapevolmente e sai che continuerà a essere sempre lì per te, monito o tortura. Quell’istante in cui decidi di cambiare e di  non tornare mai più indietro. Un po’ come succede nei sogni. Al risveglio non sai dire esattamente cosa sia successo, quanto sia durato, quante cose tu abbia visto. Ti resta la sensazione dell’accaduto e alcuni dettagli indimenticabili. Se questa fosse una recensione saprei argomentare la mia preferenza per questo disco, rispetto ad altri dei Tame Impala, o di altri. Parlerei dei Daft Punk, dei Bear in Heaven, di Prince and The Revolution, di per quale motivo è il soul che si chiama “anima” e non il rock.  Della psichedelia e del suo perfetto ritorno nei tempi in cui la dipendenza più diffusa è la fuga dalla realtà. Di roba new age tipo le chitarre sono l’elemento terra e i synth sono l’elemento aria. Dell’R&B e della disco music. E mi viene anche da ridere perché lo dico da sempre:  la disco music salverà il mondo. Ma a chi importa davvero la supercazzola musicale? Non importa più nemmeno a me che al primo ascolto di un disco, vaneggiando ad alta voce, uso sempre neologismi infantili tipo “Tum-sta” Pum-cià”, “tunz tunz” “Wah-Wha” e “Uh-babe”. Ma posso dire lo stesso perché Currents è tanto bello per me. Perché è come questo mio momento, nostalgico e arrabbiato allo stesso tempo. E perché invita ad accettare i cambiamenti, con la consapevolezza però che nulla di importante, sarà mai davvero abbandonato.

Come quei giorni, in cui, già grande ma solo per finta, potevo anche litigare con lui e sbraitare sbattendo la porta di casa, dicendomi, ingenua, che tanto ci sarebbe sempre stato per me. Come questi, in cui, inerme, semplicemente aspettando che vada via, vorrei anche per un istante poterlo pensare di nuovo.

I heard about a whirlwind that’s coming ‘round
It’s gonna carry off all that isn’t bound
And when it happens, when it happens (I’m gonna be holding on)
So let it happen, let it happen.

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