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Oggi Le Signore Ricche Che Fanno La Spesa hanno fatto la rissa.

Ho anche avuto paura, a un certo punto. Ma poi mi sono lasciata tirare dentro perché non volevo che la cassiera sfruttasse lei i diritti di questa storia, senza sporcarsi le mani. Me l’ha confessato il mese scorso. M’ha detto : «Un giorno racconterò tutto quello che mi vedo passare davanti agli occhi. E sarà un best seller.» Eh no, cara mia. Troppo facile. Al Supermercato delle Signore Ricche Che Fanno la Spesa, ci devi venire e devi pagare le seppie surgelate otto euro anche tu, se proprio ti interessa vivere emozioni forti. Quando sono arrivare ad abitare in questo quartiere ho provato due o tre supermercati, prima di convincermi che quello delle Signore Ricche Che Fanno la Spesa è in assoluto il migliore. Chiariamo un punto: io detesto fare la spesa. Stirerei le camicie piuttosto, se solo sapessi come si fa. Ma se c’è un posto in cui la natura umana si manifesta in tutte le sue sfumature, a mio avviso, quello è il supermercato. Quindi mi armo di pazienza e vado a guardare le Signore Ricche Che Fanno La Spesa. Prima passano da Bangla Bulgari, come lo chiamo io. I fagiolini li fa due euro l’etto, ma mi sta simpatico e poi si ricorda tutto di tutti. Di me sa che dopo la spesa vado in radio. E oggi si è molto preoccupato quando mi ha sentito senza voce, quindi m’ha regalato lo zenzero. Dentro al Bangla le Signore Ricche le riconosci: sono quelle che cercano lo scalogno e l’erba cipollina. Aglio e cipolle sono da plebei. Usano i guanti di plastica per tastare tutte le pesche. Poi: scelgono, mettono nella busta, si tolgono i guanti, cambiano idea e sostituiscono la pesca plebea con una più adeguata. Qualche volta Bangla Bulgari mi fa passare avanti, perché sa che compro solo le cose che ha lì in cassa, tipo i ravanelli e il basilico. Non oggi per fortuna, perché avrei potuto iniziare io una guerra che è poi terminata al Supermercato delle Signore Ricche Che Fanno La Spesa. Dopo il Bangla infatti ci si rivede tutte lì, con i nostri (i loro) vestitoni a fiori su sfondo bluette e la collana di turchese al collo, a disquisire col banconista se il grasso del Parma può far male al gatto, e se le olive sono greche. Oggi era difficilissimo fare la spesa come la fanno loro, con quel grugno portato in alto e il carrellino a traino come su una passerella. Il primo vero venerdì di rientro. Un bagno di sangue. Al banco erano al numero 32 e io avevo il 47. Morto che parla. «Preferisco andare da mia mamma ai Castelli stasera e fermarmi dall’alimentarista di fiducia che morire qui, immersa nell’odore di lonzino mischiato a Opium di Yves Saint Laurent!» Mi sono detta mentre andavo ad affrontare la fila scomposta in cassa. Fila troppo scomposta. Ora, se c’è una cosa che le Signore Ricche Che Fanno La Spesa sanno fare, è passarti avanti in fila, con nonchalanche, fingendo di non essersi accorte di te. Ma lì, a combattere con i simili, solo le più alte in grado, quelle che hanno fatto le vacanze a Vieste e non al Forte, ce la fanno. E così eccola spuntare dal nulla, col suo etto di crudo dolce in una mano e mezzo litro di latte nell’altra, a dire, con la voce di Joan Crowford e tutte le vocali chiuse: «Oh, scusatemi care. Scusi eh. Mi scusi. Sì, scusi anche lei. Ho solo questo. Pago e vado via.» Un silenzio tombale le reggeva il manto mentre come regina si faceva largo tra le borse di Fendi e i foulards finto vintage Guy Laroche. Ho avuto appena tempo di canticchiare tra me e me la marcia imperiale di Darth Vader «Dam dam da – Da-da-daaa Da-da-daaa » che la Bette Davis di via Gallia, è uscita dalla fila apostrofando la fedifraga: «Un tempo tra persone civili, almeno si chiedeva il permesso. Siamo tutte qui a soffrire allo stesso modo!». Cantami o Diva l’ira funesta delle comari. E’ stato come dare il via. Un parapiglia di insulti, battibecchi e minacce. Le indecise tra una fila e l’altra, sempre pronte a cambiare corsia all’esigenza, vengono lapidate per prime. «Lei la riconosco! Ogni giorno fa il suo giochetto a zig-zag credendo che le altre siano fesse. Adesso la spedisco dritta dritta a far la fila dal macellaio, che quando vede quei zamponi che si ritrova, la fa passare avanti e inizia a preparare i cesti per Natale!». Le malcapitate con in mano solo il pane e l’omogeneizzato per i piccoli Dudù, si mettono talmente tanta paura che, pur di non far la mossa di passare avanti, iniziano a prendere a caso surgelati dal reparto freezer. Io agguanto due confezioni di ghiaccioli alla frutta. Ma solo perché mi ricordo di colpo che li volevo. Quelle più vicine alle due casse iniziano a far a gara per chi fa prima a metter su le cose, sbirciandosi dalle file parallele con gli occhi iniettati di sangue e inveendo contro le rispettive cassiere «Facciamo vedere chi è più civile! Forza, si sbrighi! Si sbrighi!». La supermamma di turno, solitamente perduta senza la tata al seguito, libera il bambino griffato dal passeggino, e, sollevato, lo stringe al petto e dice ad alta voce «Non piangere piccolo mio! Non piangere. Certo siamo noi che avremmo diritto di passare, ma saremo pazienti.». Il bambino non piange, ma si capisce benissimo che si chiede quale vita grama lo attenda. Il panico tra la folla assiepata si smorza solo quando una delle due cassiere inizia a chiamare con voce disperata una certa Valeria, perché apra la cassa tre. Valeria non se la sente evidentemente, e l’atmosfera, in sua attesa, si fa ancora più tirata. Quando ecco che, proprio dietro di me, si materializza la protagonista dei miei sogni. Mai, in anni di ricerca ossessiva del perfetto personaggio per un racconto, mi ero imbattuta in tale miracolo narrativo: la nevrotica ricca, con la donna delle pulizie in ferie. Un cliché. Una leggenda metropolitana. E invece eccola lì, bofonchiare ad alta voce, mentre come una pazza, raccoglie i cestelli di tutte per impilarli compostamente in un angolo. «Per forza, per forza che non riusciamo a seguire le file! Guarda qui, che disordine! Tutte, dico, tutte noi, nessuna esclusa, abbiamo la donna delle pulizie che ci sgombera il passaggio ad ogni angolo di casa ed eccoci qua, come finiamo quando vanno in ferie. Perdiamo completamente la bussola e dobbiamo fare da sole anche le cose più difficili. Via! Via questi cestelli. Ordine. Oh Dio, mi sento mancare.» Afferro e metto sul nastro le ultime due o tre cose, prima che possa derubarmi del carrellino a traino rivolgendomi un secco « Sfaccendata e distratta! Tsè.» Penso che forse conosce mia madre, che da anni mi attribuisce tali qualità. Ma non credo. L’unica donna delle pulizie di mia mamma, ero io quando ne combinavo una grossa. La nevrotica abbandonata dalla donna delle pulizie inizia a singhiozzare. Il bambino strilla come un matto perchè vuole tornare nel passeggino. A una delle due sfidanti da corsie il bancomat si inceppa e lei inveisce contro la cassiera. Bette Davis inizia a spingere la signora col pane e il latte, che si giustifica con una confezione di mazzancolle surgelate, ma pare non voler reagire. Le ho lasciate così. Ero in ritardo e dovevo andare. Però ho immaginato un finale da lotta nel fango. Camminando verso casa, ancora una volta la morale di una banale avventura quotidiana è diventata la riposta ad una domanda in testa da giorni: capita sempre nelle ripartenze che tutto sia confuso. E’ la crisi necessaria alla ripresa del lavoro ordinario. Una specie di Big Bang prima che l’universo possa tornare lentamente a espandersi. La cosa migliore in quel momento è essere la Valeria di turno, la cassiera scomparsa. Tanto il giorno dopo, quando tutto sarà tornato alla normalità, nessuno si ricorderà di quel che è successo davvero nel momento di caos. Buon inizio stagione a tutti, amici e colleghi. Calma e gesso, ‘ché da qui a giugno la strada è lunga.

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