Convinzioni

Novantadue minuti di applausi (dichiarazione d’amore, recensione semiseria e invettiva annessa)

Questo non è un donut.

Si può avere ripieno di marmellata, al cocco, alla cannella. Ma non è un donut. E’ un simbolo e fa parte di un codice. Non è un donut quindi , ma è un percorso circolare. Se la mia vita, o la tua, o quella di David, il protagonista di questa storia, fosse un inconsapevole percorso circolare, prima o poi egli si ritroverebbe in un punto del donut su cui già è passato. Se il donut potesse essere visto in un contesto multidimensionale, e immaginare l’insieme di tutti i detsini possibili di quel donut, come nel tesseratto di Interstellar, David, l’omino che cammina sul donut, potrebbe continuare a camminare all’infinito, senza accorgersi ad esempio che qualcuno ha mangiato il donut, perché nel passaggio da una dimensione all’altra, il donut mangiato non c’è più ma continua a essere sempre lo stesso donut. In un certo senso quindi il donut vive sebbene sia morto. Esattamente come Laura Palmer. E questo non è uno spoiler. E’ impossibile spoilerare Twin Peaks, poiché si può spoilerare solo un’interpretazione di Twin Peaks. Twin Peaks è come la realtà: si può raccontare solo la percezione di essa, non la realtà. Vi è mai capitato di avere una seconda possibilità? Io credo che a tutti accada prima o poi, ma non sempre è facile accorgersi di essere di nuovo lì, pronti a chiarire finalmente una situazione che in passato era rimasta fumosa.  Esattamente venticinque anni fa David aveva cercato invano di convincere una platea ostile. Fuoco Cammina Con Me veniva appreso come un prequel alla serie tv più discussa dei due anni precedenti. Pubblico, produttori, critica e produzione erano stati per mesi ossessionati dall’unica domanda inutile di Twin Peaks: “Chi ha ucciso Laura Palmer?”. Avevano talmente insistito che alla fine, stremato,  David gliel’aveva detto, tanto era davvero poco importante rispetto a tutto il resto. Tutti,  una volta avuta la risposta, gli avevano voltato le spalle e avevano ignorato  quello che invece era davvero importante: il codice. Twin Peaks era un codice, lo è ancora adesso, ma ora non si può più gridarlo ai quattro venti perchè qualcosa evidentemente è cambiato. Lo dice chiaramente il Gigante al Buon Dale, proprio in apertura del primo episodio della terza stagione :”Le cose non possono essere dette ad alta voce ora”. Al tempo invece, sarebbe bastato prestare attenzione, per capire che era tutto chiarissimo, lì, spiattellato in prima serata nelle case di tutto il mondo. Non chiedetemi ora cosa nel dettaglio, perchè è una storia troppo lunga. Fuoco Cammina Con Me non era un vero prequel, perchè non c’è sequel o prequel in una narrazione in cui tutto accade contemporaneamente, ma questa cosa non la si poteva capire se non si era capito che non era importante chi avesse ucciso Laura Palmer. Forse la domanda più corretta sarebbe stata “Chi ha ucciso Marylin?”, ma anche questa è un’altra storia.

Venticinque anni dopo David torna a Cannes ancora con la storia degli abitanti di Twin Peaks. Lo stesso Twin Peaks che aveva preso i fischi. Quella stessa serie di cui era stata chiesta a gran voce la cancellazione. Quello stesso mistero che una volta svelato non interessava più a nessuno. In ventisei anni chiunque abbia tentato di usare al meglio il linguaggio cinematografico ha saccheggiato Twin Peaks per personaggi, atmosfere, ambientazione, temi, e ha avuto successo. Twin Peaks è un cult. Un nostalgico “si stava meglio quando si stava peggio”. «Sì, dài, Dave, per favore , torna a Twin Peaks. Bene! Bravo! Bis! » . Cinque minuti di standing ovation, lacrime e felicità delirante. Eppure, dopo tutti questi anni c’è ancora chi si chiede: «Ma cosa diavolo è successo a Laura Palmer?». Sarebbe bastata la risposta della signora Ceppo «La storia di Laura è la storia di tutti noi» per mettere a tacere due generazioni di spettatori. Io mi sarei arresa da tempo fossi stato David. Invece lui no, lui ha atteso pazientemente che il cadavere passasse sul fiume. Io lo ammiro moltissimo. Lo ammiro per molte cose ovviamente e lo amo dal profondo del mio cuore, ma non l’ho mai amato tanto come per questa sottile, ironica, velata vendetta.

La terza stagione di Twin Peaks è perfetta. Ed è un atto restitutivo meraviglioso, perchè se tutto è cambiato nel corso di questi ventisei lunghi anni, la sua testardaggine è esplicita nel continuare a dire la stessa cosa in un modo diverso, adeguato ai tempi. Nel 1990 puntava dritto il dito contro il male, nascosto tra le righe della vita al sole. Ragazzi a scuola, gonne sotto il ginocchio, la festa della cittadina, gli intrighi per il potere, la vita in famiglia, torte di cieliegie e caffè dannatamente buono. E un segreto terribile e fondamentale più importante della vita stessa: “We live inside a dream”. Nel 2017 il male è la vita. Guardatevi intorno e ditemi se la profezia non s’è avverata. La storia di Laura è ancora la storia di tutti noi, e siamo tutti nella Loggia Nera. Non c’è stato mai un momento così buio. Guerre, stragi, sangue e morte, sì, ma non parlo di questo. Parlo del male e dell’odio che esiste tra due persone qualunque che non si conoscono e già solo per il fatto di non conoscersi si odiano. Due passanti che si urtano. Un naufrago e il suo ospitante. Due persone vere celate dietro due foto su un social network.  Come cani che abbaiano dietro le sbarre di una prigione, ricordando Bobby e Mike contro James. Homo homini  lupus. Ed è questo tempo qui l’ambientazione della terza stagione di Twin Peaks. La musica non c’è. Non siamo più in un posto solo, e se guardate bene l’ultima scena, sbirciando Jacque Renault che serve da bere al Bang Bang Bar (sì è proprio lui e sì questo è l’unico vero spoiler) , in uno sprazzo di felicità, cercata a fatica nel marcio, tutti sono ovunque. Siamo tutti qui. Morti, vivi, persi, siamo tutti in questo tempo buio, dove tutti i tempi si mischiano. Dove ogni tanto appare un vecchio telefono a tasti a ricordarci che se se ogni tempo è in questo tempo, allora, ciascuna immagine scelta per comunicare un messaggio in sogno, come un nano danzante, contiene già la sua evoluzione, che altro non è che elettricità pura. Un po’ lo immagino ridere sotto i baffi, David. Ah, adesso vi piace. Ah, adesso del delitto pare non vi importi nulla. C’è tanta presunzione, come è giusto che sia, in questa nuova stagione di Twin Peaks. E’ il suo talento lo schiaffo. Ma senza dirlo. Sottolineando invece l’unico altro talento che egli chiama a testimonianza: Stanley. Kubrick è ovunque. Nell’occhio della scatola di vetro che ricorda HAL 9000. Nei corridoi del luogo del delitto, uguali a quelli dell’Overlook. Come al tempo era nelle scarpe di Audrey/Lolita. Non dirà nulla di nuovo, ma lo dirà in modo diverso.

Solo, Gordon, stavolta lo dirà a voce bassa, ‘ché il male urla già da sé. Certo, conservo in cuor mio la speranza di un finale ottimista. Una luce che ci consoli. Ma temo sia solo una speranza.

Bentornato Gardon. Mi sei mancato.

Annunci
Standard
Convinzioni, Esperienze

13 Reasons why i didn’t like 13 Reasons Why. Ovvero i miei 13 motivi.

Il primo motivo è che sono in un periodo “no” della mia vita. Non so bene di quale vita, delle tante che ho vissuto fino ad ora, ma sono certa che sia un “no”. Sono la Barbara peggiore che ci sia mai stata fino a questo momento. Mai così cinica, mai così arrabbiata, mai così lucida, severa, e soprattutto mai così antipatica. Mi sto talmente antipatica in queste settimane che mi sta venendo voglia di diventare amica di me stessa. E qui arriviamo al secondo motivo, legato al tema e non alla serie in sé: a tutti capita prima o poi di farsi pena da soli. Io non conosco nessuno che non si sia crogiolato nel ruolo della povera vittima indifesa almeno per una volta, ma quel trucchetto dei “passivo-aggressivi” è anche tempo che venga smascherato, dopo esser sopravvissuti allo sdoganamento dell’adolescenza come ricatto morale, no? Nel mio, a lungo cercato e faticosamente raggiunto, “periodo no” mi sono data una sola regola: prima l’onestà intellettuale poi l’empatia. Obiettivo: un’ empatica onestà. Quindi Hannah Baker non mi fa pena perchè per troppo tempo ho puntato tutto sulla mia capacità di far pena a me stessa e, sebbene in qualche occasione sia stata anche credibile, il siparietto lo conosco bene e la verità è che è solo un altro modo di dar sfogo alla propria vanità. Smettiamola di farci pena da soli,’ché tanto agli altri, giustamente, davvero non gliene frega niente. Punto. Se nel 2017 all’ highschool della provincia americana va così, nel 1992 al liceo di provincia romana, andava allo stesso modo. Non lo chiamavano bullismo e nemmeno me lo ricordo come lo chiamavamo, ma credo che fosse sufficiente dire che eravamo degli stronzi. Visto però che siamo in aria di progresso e che ci siamo evoluti al punto di dare una parola alle sventure quotidiane dell’adolescenza, è anche arrivato il momento di fare un ulteriore saltino in avanti e capire che è poi Hannah Baker a vincere la coppa dei campioni di bullismo. E questa è la terza ragione per cui le fondamenta psicologiche della serie traballano: non la definirei mai, come ho scioccamente sentito fare, diseducativa, dico solo che urlando ai quattro venti la pericolosità del bullismo, ne diventa portavoce mediatico e addirittura invito, quindi più che diseducativa è contraddittoria. Ah la vanità nel credere di sapere cosa “educa” ad una sana vita in società e cosa no, quando la vita in società non può in alcun modo essere sana, perchè non consente la liberazione individuale dell’energia data dalle pulsioni più basse! Finito, ora divento buona. Il quarto motivo per cui non poteva assolutamente piacermi è che ho visto troppe serie tv per farmi fregare così. Suvvia, non siamo ragazzini che scoprono Lost nel 2016, noi nerd dei tempi non sospetti. La cassettina gne-gne, con le cuffiette della Philips, il numero 13 per stare due passi avanti a Undici di Stranger Things, la bici di Elliott a E.T, il recupero di Donnie Darko, che già aveva a sua volta provato il recupero degli anni ’80… Santa Madonna Luisa Veronica Ciccone, che palle! Allora, tanto per essere chiari: se per ogni volta che avessi dovuto riavvolgere una cassetta con la matita pur di non sprecare le batterie, avessi avuto un lettore mp3, col tastino rewind e ffw, avrei detto subito: “sì, grazie, datemelo e ripigliatevi ‘sta monnezza.” La bici ce l’ho pure adesso, anzi è meglio perchè da Decathlon costa 200 euro il super-modello maxi-sprint. La comitiva del tipo “chi ha mai più avuto gli amici di quando aveva 12 anni?” è un’opinione perchè io non ho mai più avuto quelli che avevo a 30. Basta con questa atmosfera, fotografia, ambientazione anni ’80. E se anche non bastasse: basta con la mercificazione degli anni ’80 rivolta alle generazioni che si stanno immaginando una cosa diversa da quella che era. Noi nati nei primi anni ’70 siamo stati molto nostalgici, abbiamo pianto perchè proprio quando avremmo dovuto iniziare a contare qualcosa, ci hanno tolto tutti i soldi, i sogni, il pane di bocca e, ancora piangendo, abbiamo iniziato a morire di fame. Poi a un certo punto qualcuno deve aver capito che era inutile recriminare contro quelli più vecchi di noi, e ha scoperto che per iniziare a guadagnare qualche spicciolo dovevamo vendere la nostra nostalgia dei tempi andati a chi non potesse controbattere perchè non li aveva vissuti quei tempi. Che infatti sono andati. Questo è bullismo! Quindi se il quarto motivo è la banalità, il quinto è l’astuzia disonesta.
Sesto e settimo motivo sono legati a una cosa fondamentale nelle serie tv: i dialoghi sono terribili e i personaggi non hanno spessore. Una citazione su tutte: «Non sei tu, Casco, sono io. Sono io che non ti merito.» Lo sciopero degli sceneggiatori a Hollywood nel 2007 ha fatto danni incommensurabili. E’ da allora infatti che, quella che doveva essere una situazione d’emergenza, in cui dilettanti allo sbaraglio si improvvisarono sceneggiatori, si è trasformata in una consuetudine. Durante lo sciopero degli sceneggiatori, How I Met Your Mother si fermò. E se lo sciopero fosse durato per sempre non sarebbe più ripartito. Questa è onestà, bellezza, purezza. I dialoghi di How I Met Your Mother insegnano agli angeli a sorridere. E ai dilettanti che scrivere è un’altra cosa.
L’ottavo motivo per cui 13 Reasons Why non mi è piaciuto è che a un certo punto inizierai a pensare: «Forse si riprende». E invece no. Non sapevano come farlo finire. Questa è la prima cosa che penserai. Quando invece la cosa evidente è che s’è imposta la necessità di creare aspettative per un seguito. Quanti motivi mi mancano? Ecco, cinque.
Non sto affatto menando il can per l’aia pur di rubare tempo, sto solo dimostrando, con una lista di 13 motivi in un post solo, che tredici ore di serie tv sono lunghe come la merda. A meno che tu non sia JJ Abrams, oppure non utilizzi alla grande la linea narrativa verticale. Come in The Big Bang Theory. La lunghezza ingiustificata, era il nono motivo, comunque.
Il decimo è per forza legato a Twin Peaks ma questo, ormai, lo sanno tutti. Dopo Twin Peaks nulla è stato lo stesso. Portare il simbolismo in tv, in prima serata, in Italia addirittura come alternativa alle partite del mercoledì sera, invitando alla visione quelle stesse famiglie che in apparenza potevano essere la famiglia Palmer, fu geniale, folle, ironico ovviamente. Poco importava se molti non avrebbero capito, se il tormentone “Chi ha ucciso Laura Palmer?” sarebbe diventato più importante del vero significato della serie, lui, David, l’aveva fatto. Chi nel tempo si sarebbe occupato ancora di quell’arte un po’ oscura che è il cinema l’avrebbe capito, avrebbe imparato. Avrebbero tutti reagito in futuro al consueto taglio della programmazione per motivi di audience, ispirandosi al suo colpo da maestro: tornare solo per un’inarrivabile conclusione di stagione, che fosse uno sberleffo, uno schiaffo morale. «Non l’avete voluta la terza stagione? E ora beccatevi ‘sti ventisette anni di dubbi.» E invece no, è andata nel peggiore dei modi possibili, perchè le atmosfere cupe, i dettagli distribuiti ad arte, i colori, le frasi-rebus diventate tormentone, erano solo la coperta che, essendo ovviamente troppo corta, faceva intendere che ci fosse altro a cui prestare attenzione. Così invece di concentrarsi fosse anche solo, che ne so, sulla tecnica di far capire una cosa, mostrandone un’altra, hanno preferito ripetere a pappagallo quelle suggestione per far sentire intelligenti gli spettatori che le avessero riconosciute. Si sono svenduti la coperta di Twin Peaks, ma noi no, non ci avranno mai.
L’undicesimo motivo è un fraintendimento generazionale. A quindici anni dicevo, come tutti i quindicenni, che gli adulti avevano dimenticato come è sentirsi a quindici anni. Eccomi qui, ne ho quarantatré, e non solo non l’ho dimenticato, ma voglio credere di essere migliore dei quindicenni del 2017, come in effetti i miei professori erano migliori di me. Così quando ero ragazza io, noi eravamo quelli che dovevano imparare la vita da chi l’aveva iniziata a vivere da più tempo di noi e ora che gli adulti, dal latino, “adolesco” mi “sono già nutrito”, contro l’adolescente che si “sta ancora nutrendo”siamo noi, veniamo dipinti come dementi che non distinguono una storia di stupro da una di cazzeggio. Paranoici, ossessivi, superficiali per di più. Insomma, sono io che sto sempre dalla parte sbagliata, o forse è tempo che si torni parlare di Brenda e Brendon come di quelli che poveretti, devono ancora mangiare qualche chilo di sale?
Il dodicesimo motivo è la scena in cui Hannah si taglia le vene. Non l’ho vista. Un istante prima mi sono coperta gli occhi perchè ero sicura del fatto che l’avrebbero mostrata cruda come è cruda una scena di vene tagliate. Così poi se ne parla, no? Becero.
Infine 13 Reasons Why è una brutta serie tv, perchè nessuna serie tv davvero bella ha bisogno di un hashtag tanto di moda quanto #13reasonswhy. E mi rode un po’ del fatto che l’uso di questo hashtag renderà questa mia recensione, nemmeno scritta tanto bene, più popolare del mio post precedente, in cui ho messo un racconto breve scritto un anno fa, che trovo molto più bello di questi tredici, sporchi, tuttavia ragionevoli, motivi per dire che, no, 13 Reasons Why tutta questa attenzione, inclusa la mia, non la merita.

Standard
Dubbi, Esperienze

St. Patrick

Io non so perché andai da lui. Il mio cuore, solo lui lo sapeva. Un rifugio così nascosto alla vista mia, delle mie mani, delle gambe che mi ci portavano, dei miei pensieri. Quale cuore, poi? Sono troppo grande per un cuore. «Perché è solo inganno. Chimica.», disse la mia pelle. Forse il cambio di stagione. Ma ci andai. Di nascosto da tutta me stessa, perché camminando pensai ad altro: al lavoro, al tradimento di una speranza, alla tristezza che mi aveva sopraffatto e che non avevo voluto ammettere. Una delusione da niente, se non l’ennesima sommata alle altre, in fondo. Ma, quella delusione, possibile che bruciasse così tanto da richiedere la ritirata? Come perdere l’equilibrio dopo una spinta e sentirsi sconfitti per quello, dopo giorni di combattimento a mani nude. Ci andai, insomma. E lui fu lì a guardarmi con quell’espressione benevola, quella di sempre, che non chiede mai «Dove sei stata?». Ho contato gli anni e i mesi e i giorni d’amicizia mentre andavo lì. Dove siamo stati, amico mio? Sempre qui, sempre l’uno accanto all’altro sebbene divisi, come due che si salutano con la mano da lontano e mentre lo fanno incedono con lo stesso ritmo in direzioni diverse, senza mai staccarsi gli occhi di dosso. Poi una volta distolto lo sguardo, eccoli, eccoci, di nuovo frettolosi nel tempo ciascuno di sé ad aggrovigliare progetti e speranze e cose da fare e soluzioni da trovare. Un passo in più per ogni giorno e un nuovo strappo da ricucire e la strada da fare e ancora costruire e salvare, senza sosta, lontani e diversi, come sconosciuti che si passano accanto. Ma quale tempo se non questo qui? Questo nostro, di sempre, come se il salutare con la mano ogni volta fosse solo un rito inutile per chi, nel profondo , non si separa mai. Quella sera andai da lui. Ci andai come andare a casa, anche se io non ho una casa. Sempre ricomincio, sempre cado, sempre sopra un filo, sempre senza dirmi che la mia casa ha il suo nome. Mi fu vicino subito. Da dietro il banco del bar quasi saltò. O forse non quasi, sì, mi pare che saltò per venire a stringermi. Non potevo giustificare ai miei pensieri, alla mia pelle, alle mie mani quell’abbraccio, così non chiesi il permesso a neanche una parte di me e mi arresi a lui come fosse respirare. Mi prese la mano e mi disse ridendo che ero buffa così truccata. Quei capelli così lisci e la pelle bianca, le labbra rosse di vetro colorato, come bambola in vetrina, a lui facevano sorridere nell’idea, condivisa, che la vita sia scegliere una maschera ogni giorno. La filosofia del travestimento chiara solo a noi che, un tempo, finivamo sempre per spiegare ai polli come si fa a volare.
«Chi eri oggi?»
«Non ricordo mi pare ci fosse un palco da qualche parte.» Ce n’è sempre uno, pensai.
Poi le lacrime così, senza piangere, come quando si è piccoli e si va da papà facendogli vedere la sbucciatura al ginocchio, senza dire una parola e senza smorfia, solo con le guance rigate. E con quelle lacrime così grandi che sembravano persino inventate. O forse invece proprio le inventai, solo perché me le asciugasse lui. Non è una domanda che ora voglio fare al mio cuore, ‘ché se fu un inganno quel che feci quella sera, per sempre così lo terrò. Gli dissi della ferita, ma si accorse che la cicatrice che gli indicai era troppo piccola per avermi procurato chissà quale dolore. Così aggiunsi altre ferite e tutte insieme divennero un male da curare. Lo curò. «Così poi potrai tornare a fare il verso del leone. O della scimmia, se ti fa più comodo.» Spavalderia e baldanza oggi, per le risa in pubblico di domani. «Perché non del pavone, allora?» Tutto fuorché un uccellino, certamente. «Sono venuta a farmi lisciare le piume», pensai. Me le lisciò e non aggiunse altro se non i baci. Mi portò fuori in cortile, nel retro del locale e quando mi prese per mano attraversammo i tavoli e gli sgabelli dove si brindava a San Patrizio, che diventavano silenziosi mentre passavamo noi. Nel tempo a lungo ci eravamo chiesti perché fossimo come un miracolo agli occhi della gente, fino al giorno in cui avevamo iniziato a sorriderne e basta, senza farci più domande. Fummo lì, a guardar da fuori le finestrelle colorate tutt’intorno e con la gamba, senza lasciarmi, come per dire «Sono qui dove sono sempre stato», sistemò a testa in giù le casse di birra così che potessimo sedere l’uno accanto all’altro. Volli nascondere il viso, subito quello. Infilarmi in un posto piccolo tra la linea ossuta del suo profilo e quel punto del collo da cui potevo sentirlo parlare piano senza riuscire ad ascoltare la voce. Solo quel vibrato che mi pare dicesse che ero bella di una bellezza che poteva vedere soltanto lui. Non lo disse. E così con la faccia piantata contro di lui, bofonchiai che avevo immaginato di sentirgli dire una cosa che non avrebbe detto mai. Sorrise e lo seppi perché mi spostò un po’ i capelli quella fossetta che mostra sulla guancia destra quando sorride. Una sola, come vuole la fisiognomica di chi fa sempre le cose a metà. In quella fossetta ci infilai le cose per cui ero arrabbiata, poiché lui me lo permise. E finii stremata, vittima come m’ero disegnata sotto i piedi di chi s’era approfittato di me, piangendo sulle sue labbra. Le labbra sul viso e i capelli e le mani e le ciglia e la pioggia, che non c’era, ma sembrava. Così quando le lacrime mi arrivarono alla bocca, ed eravamo così mischiati da non lasciarmi un solo fiato che fossi sicura fosse il mio e non il suo, gli dissi sottovoce che doveva ricordarsi di non baciarmi sulla bocca, ‘ché non era nei patti. Poi pensai che nessuno dei due aveva mai scritto neanche una delle regole che avevamo rispettato nel tempo. Ma lui aveva detto «Va bene». E io m’ero aggrappata ai brandelli di quel petto che sentivo battere, ridotto così da troppe botte prese nel tempo. Gli chiesi: «Ti ricordi quella notte di tanti anni fa, in cui ti chiesi di baciarmi e tu mi dicesti di no?» Poi aggiunsi: «Uno dei due, a turno, è sempre più saggio dell’altro.» Rise ancora e io, aprendo un occhio, attraverso le maglie del pullover che indossava, vidi la luce verde diffusa nel locale arrivare annebbiata a confondersi con l’incavo nelle due linee tra il suo naso e le sue labbra. E le labbra, quelle, dissero: «Eppure il meno saggio di noi due riesce sempre a convincere l’altro.» Le guardai, poi non potei guardarle più. E mi lasciai consumare piano, prima approfittando di quella distanza piccolissima nello sfiorarsi che ancora era salvezza e che mi concesse il tempo per perdonarmi, poi nel contatto lento, che trasformò la carne in miele. E io restai lì, fuori, e lui lì con me, come due che hanno perso, a guardare, stretto in un abbraccio, quel qualcos’altro da noi, di cui però potevo sentire il calore, il velluto, come fosse sabbia calda sotto i piedi in un pomeriggio di luglio. Sentivo per lui e lui sentiva per me. Cademmo e tornammo su, come leggeri sulla superficie oleosa d’un fiume, e intorno forse un cicalare fitto e il battito d’ali d’una libellula. Poi le parole di caramella, tanto sottili da poter passare attraverso quei sospiri e lui mi chiese quanto potevo restare ancora, prima di andare via. Dissi, non so per quale motivo, «Undici minuti» ma poiché ci eravamo smarriti in un tempo non misurabile, si allontanò solo per guardarmi negli occhi e contare il tempo. Mi guardò così forte che quasi mi fece male e disse: «Ti bacerò per undici minuti, allora. Poi andrai via. Giacché questo abbiamo.» Io pensai che fosse una buona idea. Così chiusi gli occhi come per dirgli dove mi aveva fatto male e lui mi baciò quegli stessi occhi, che erano anche i suoi e io li baciai e poi fummo come uno. E io sentii l’amore. No, io lo fui. E mai, mai in nessun altro modo, per nessun motivo che non fosse quello stesso motivo nostro, che tuttavia non conosceremo mai, nessun altro ha potuto mai, perché l’amore è solo quello e non esiste una versione alternativa, anche solo immaginata di quello spazio bianco in cui confondersi e non esserci più, o esserci troppo, ma senza poter usare i sensi, perché inermi, quando tutto scompare e non c’è nulla da guardare, o toccare o ascoltare, o pensare, se non l’amore. Un assioma. Non lo so dire ancora oggi, ma mi tremano le gambe ogni volta che ci penso e penso che è sempre lì, quel qualcos’altro da noi, e che non c’entra niente con la mia vita, né con la sua, né con quella degli altri che ogni giorno parlano, dormono, vivono, sorridono e si arrabbiano con noi. E non c’entra niente con nessuno e con le nuvole, e con le lenzuola stese odorose di fiori, e con la luce del tramonto, e con i sassi e il muschio e il sesso e le labbra di vetro rosso e questo mondo, perché, giuro, non è una cosa di questo mondo. Quando finimmo di essere amore, nel cortile del suo bar, quella sera a San Patrizio, restammo comunque noi. Come lo eravamo stati prima di allora, e come lo saremo domani. Undici minuti, dicemmo. Non ne cercammo mai conferma, semplicemente decidemmo che erano passati. Poi ci scompigliammo i capelli prendendoci un po’ in giro, fino a riderne come pazzi. Restai invece ancora dieci minuti e ci raccontammo, come ogni altra volta avevamo fatto in quei pochi incontri negli anni, dei guai, dei progetti, delle conquiste, delle famiglie, dell’ultimo libro letto e di un film che non avremmo mai visto insieme. Ma sarebbe stato bello poter andare al cinema e magari dire agli altri, non solo ai passanti che sempre ci spiano invidiosi e meravigliati, di essere ancora così amici, come davvero lo siamo. Tornai a casa e fui felice per noi. Ma, se ci penso oggi, sono felice davvero per tutti. Anche se loro, i tutti che immagino affaccendati in mille cose ogni giorno, come me, forse non lo capiranno mai. Io sono felice per loro e per la loro possibilità nascosta di gioia. Ma basta, ho finito. Sarà meglio ritirare i panni, le altre cose di questo mondo e rientrare in casa. Sta per arrivare la pioggia e voglio guardarla in silenzio al riparo da tutto questo.

And the chorus goes:

(i'm a female rebel)  
Sleeplessly
Embracing
You
Standard