Convinzioni

Funk To Funky

blackstar

Tu sei lo spettatore, ti pigli l’arte così com’è: una risposta. Lo sei anche quando è la tua. Insomma quando sei lì, con la maschera, il costume il trucco e tutto il resto, sei anche fuori da lì, sei anche quello in prima fila. Sei quello che è arrivato per primo. Hai visto le prove, hai visto prima delle prove e prima ancora di pensare che le avresti fatte. E quando eri quello seduto sulla panchina illuminato dall’idea eri già anche quello seduto in prima fila durante lo show. La prima volta capita per caso, credo. E a tutti. Mentire, far finta, raccontare una storia, disegnare croci e cerchietti all’asilo. La differenza sta nel ricordo. Quando da spettatore lascerai l’artista cuocere nel suo brodo, tornerai a casa, camminerai, mangerai, parlerai, sorriderai e berrai il caffè, potrai pensare ai compiti da fare, alla telefonata che stai aspettando, a fare il bucato, oppure potrai riflettere sull’accaduto. Ma ero proprio io? E quella sensazione di essere in me e fuori da me, era reale? Se ci rifletterai, anche solo per un secondo, ti chiederai cosa ne è stato di te in quell’infinito istante di perfezione creativa e allora non ci sarà punto di ritorno. Troverai in quella misteriosa esperienza d’ubiquità la risposta a ogni nuova domanda. E saranno, dal bambino all’adolescente, sempre domande diverse. Chi sono io? Perchè mi batte il cuore? Cosa voglio diventare? Che colore è questo? La risposta sarà sempre il palco. Lì, perfezionando ogni giorno di più la tecnica, troverai nuove e bellissime risposta per il te stesso spettatore. Che il resto del pubblico possa solo intuire la domanda non sarà importante se resterà comunque toccato dalla bellezza delle tue risposte. Prenderai gli applausi, un bell’inchino e tornerai a parlare con la gente, a preparare la cena, a fare la fila alla posta. Poi, un giorno, mentre aspetterai l’autobus, o durante una birra con gli amici, o sbucciando una mela avrai una domanda nuova. Cercherai quel pagliaccio d’artista e stavolta gli chiederai della morte. Cosa succede quando si muore? Scrollerai le spalle e darai un calcio al sasso davanti a te, continuando a farti i fatti tuoi. Oppure continuerai a pensarci , alternando la curiosità dello spettatore alla necessità di quell’altro sul palco di sorprendere con una risposta. Ci penserai ancora, e ancora. Quella sarà l’unica domanda che avrà mai avuto importanza nella tua vita, e capirai che mai, non ce n’è stata mai una diversa, che dal primo giorno è solo quella a cui hai voluto trovare risposta. Accetterai la sfida e questo farà di te un uomo diverso dagli altri.

E ora cosa posso raccontarmi? Voglio sapere. Conoscenza. Scienza. Tenetela per altri quell’inganno chiamato fede, non per me, non per il mio impeto creativo che tutto puo’. Qualcuno, qualcuno deve pur sapere. Chiederò, studierò. Io saprò dire e saprò spiegare. E troverò un nuovo lessico, una grammatica usata o abusata da scienziati e stregoni. E il trasformismo non sarà che un espediente nel fare e disfare, nel dire che io, il riflesso di Narciso, e il mio spettatore attento, Narciso stesso, potremo esser questo e quello, nascere e morire, ogni giorno in quel percorso circolare che ferma il tempo, fino al giorno in cui la risposta ci sarà. Un altro da me. Un mago. Un astronauta. Un triste pagliaccio. Un significante sempre diverso per uno stesso significato. E nel consumarsi infinito dell’interpretazione, non ci accontenteremo di altro se non della bellezza. Quell’intuizione divina che è verità. E poi, quando la polvere tornerà alla polvere, e il funk al funky, sarà chiaro anche per gli altri che non era inutile il tempo perso a giocare col Maggiore Tom. Che era tempo fuori dal tempo e che, fino alla fine, nel tentativo di spiegare la morte, l’avrò sconfitta.

Credo sia questo.
E non ho giudizi di valore sull’uomo.
Sono nel pubblico, seduta accanto al suo spettatore preferito, se stesso. Lo guardo mentre, in piedi, applaude in silenzio, finalmente, per una risposta così completa, così meravigliosa, così perfetta, da lasciar sperare il mondo che non ci sia mai stata davvero, per evitare a tutti noi, miseri Narcisi o uomini comuni che fuggono quella domanda, un confronto scomodo a cui aspirare.
Nessuno, ha mai potuto più di quel che David Robert Jones/Major Tom/Ziggy Stardust/Aladdin Sane/The Thin White Duke/The Man Who Fell To Earth/Pierrot/The Goblin King/The Regular Dude/The Outsider/The Next Day Man/Lazarus ha potuto, alle prese con una risposta così impegnativa.
Alla fine ha vinto lui. E nulla più puo’ esser detto.

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