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Livin’ la vida loca.

vidaloca Vale. Cioè: va bene. Anche se poi “Vale” per me significa un sacco di altre cose. Ma questa è un’altra storia. Insomma, amici, io ci ho pensato bene. Sì, d’accordo, siamo la prima generazione di sconfitti, distrutti, disperati, fregati, rovinati dalla generazione precedente, che la storia ricordi, dal primo dopoguerra. Ma, onestamente, anche se è difficile ammetterlo, chi puo’ dire, più di noi, di aver avuto la possibilità di vivere la “vida loca”?. Nessuno. Non vi convinco, al primo impatto, me lo sento. Troppi debiti, dubbi, stenti, malesseri. Vabbè. Vi convincerò così: ho dato 24 esami su 26, e non ho comunque preso la laurea per un cavillo burocratico, dopo dieci anni di lavoro e studio, fino ad arrivare ad aprire un’azienda, con la vittoria di un bando della creatività che mi ha causato molti debiti, a causa dei quali sono dovuta tornare a lavorare per altri, pagando di contributi più di quanto avessi mai guadagnato, nel tempo, per cui non potendomi più permettere una casa, sono tornata dai miei genitori, pur continuando a fare: siti web, format radiofonici, produzioni audio-video, lavori da barmaid, cameriera, maitre,speaker radiofonico, saltimbanco, domatore di rinoceronte, per poi arrivare, nuovamente libera e felice, a campare in un antro di trenta metri quadri, alla giornata, augurandomi che non aver mai acceso i riscaldamenti quest’anno, agevoli il tornaconto di fine anno. Oggi, con orgoglio, ad agosto duemilatredici, posso dire: io non ho nulla. Ma, signori, ho vissuto fino ad ora la vera “vida loca”. Ho trentanove anni. Mio padre alla mia età aveva due figli, un mutuo e un impiego per la vita. Altro che “la vida loca”. Non l’avrebbe avuta neanche in dieci vite della sua, la mia vita imprevedibile, folle, sorprendente, da giocoliere. E stasera (attenzione, qui è la rivelazione) ne sono felice. Forza, scagliate ‘sta prima pietra. Ma come? Invece di ribellarmi? Di combattere per la giustezza degli intenti? Invece di imporre la mia visione meritocratica del sistema, cosa faccio? Dico grazie per il maltolto? Sì. Sono stati dieci anni meravigliosi. Io se li avessi immaginati, con tutte queste sfortune e imprevisti, mai li avrei potuti immaginare così belli. Dio, se mai avessi avuto quelle notti di dolore su quel tetto! Cosa sarei oggi io? E quei giorni di sole e poi di neve? Io sono stata deejay su una spiaggia. E direttore in una radio. E ho messo su una montagna di debiti tutti miei fatti di dischi e di canzoni e colori che non finirò mai di pagare. E parole. E racconti. E gente, tanta gente. Tanti bar, con la “parannanza” indosso che manco me li ricordo. E le notti a ballare quando i locali sono chiusi per tutti gli altri. E una notte, in un recinto fatto a mano, con i rami portati dal mare, sulla spiaggia, ho raccontato a Lorenzo, di sei anni, mentre sua mamma lavorava al ristorante, la storia di Cassiopea e di come c’era finita in mezzo a tutte le altre stelle. Io ho avuto più di tutto quello che mai potessi sognare. Se la mia sorte continuerà ad essere quella di tutti i ragazzi della mia generazione, allora magari, avrò ancora la fortuna di inventarmi una vita in un mondo che non c’è. E se pur ci fosse stato, mai l’avremmo immaginato così. Siamo una generazione di romantici, e nel nostro Sturm und Drang ci crogioliamo, vittime del piacere di lottare ogni giorno contro la tempesta. Voi no, eh? Eh vabbè, ci incontreremo nella prossima vita, quando saremo tutti gatti. E quelli come me staranno sui tetti a godersi il chiar di luna. Miao.

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