Esperienze

Quel che c’è nel mezzo.

Quello solo conta. E’ un’idea che vado accarezzando da settimane e, onestamente, forse il più delle volte è una reazione dettata dall’istinto di conservazione. Ma poi, in serate come questa, tutto mi appare semplice, lucido e liscio, come fosse su uno di quegli schermi ad alta definizione. Così,  io lì davanti sto a guardare la mia vita e a dirmi che solo un’idiota non si accorgerebbe di quanto ci sia di fondamentale in “quel che c’è nel mezzo”.  Nessun pixel bruciato, nè cali di tensione: vaglielo a spiegare, ai maniaci del lieto fine, che c’è lieto fine in “quel che succede nel frattempo”, e non alla fine del film. Dieci anni fa, pochi a dire il vero, quando iniziai a trasmettere in una radio, la prima di almeno sei successive, ero già a metà percorso. Se nasci animatore turistico, poi nella vita, non fai davvero mai altro. Anche se ci provi. Qualcuno si dice attore, altri deejay. Chi presentatore, chi cantante, qualcuno persino giornalista. Insomma, cambia solo l’appellativo. La definizione è quella: sei un giullare di corte, nato così e così resti. Punto. Passi gli anni, i mesi e le stagioni  dopo il villaggio a inseguire il sogno da avvocato o professore. Tutto inutile. I più onesti si ritrovano a quarant’anni ad ammettere che “tanto, sarà così per sempre”. Ci sarà sempre un locale nuovo in cui tentare. Una radio a cui inviare una demo. Un provino, che sarà sempre quello della svolta. L’ennesima produzione discografica che sarà una “one hit wonder”. E le bollette sempre pagate a stento. Con quelle trattenute Enpals che detesti, perchè i verbi al futuro non li saprai coniugare mai. Mentre solo l’indicativo presente del verbo “fare” conta: io faccio. Ce ne sono di leggende a proposito di chi è stato beccato on air, mentre trasmetteva gratis in locale, da Suraci o da Montefusco e poi gli è cambiata la vita. Sono come gli alligatori nelle fogne di New York: leggende, appunto. Poi li incontri, li tocchi, loro ti dicono che erano in etere da due giorni  e ti dici che la fortuna potrebbe girare anche per te. Non succede mai. Passano gli anni. Il deejay anni novanta non prende più  due milioni a serata perchè al quindicenne che non ha l’ernia per i dischi portati a spalla,  bastano cinquanta euro. E’ un mondo di addetti ai lavori che da vent’anni fa sto lavoro, senza essere riuscito a farlo mai davvero.  Qualche settimana fa stavo lì, con LEI nello studio dai divanetti fucsia. In quel momento mi sono detta  che avrei dato un braccio perchè mi prendesse. Basta tasse a rate. Basta affitto rimediato. Basta quattro lavori. Gloria, vendetta, dignità, nome in alto sul palinsesto di una Signora Radio, una con i numeri. Vuoi mettere? Ho vinto! Ho vinto! Ho vinto! Ti faccio la “C” come la vuoi tu. Meno soffiato e più diaframma. Prendimi e sarò tua per trenta ore a settimana a star sulle image ramp come ballerina sulle punte. Ma non è successo. Quindi sono andata ad ubriacarmi con Daria e Pippo. E ho avuto un pezzetto di quel che c’è nel mezzo. Nel mezzo c’è quel che conta. Gli aperitivi con i colleghi. Le telefonate tra amici per scambiarsi informazioni sui provini e ridere di tutt’altro durante le chiamate. Emi, che fa parte della schiera degli attori che hanno tentato l’Fm, che prende info sui nuovi casting per una fiction  in web.  I pomeriggi con Fede a parlare di cucina e altri cazzi (che sono argomenti che non potrei spiegare meglio di come ho detto già). Le playlist e gli scambi di dischi con gli amici di Pesaro. E le battute tra ragazze della radio che : “se solo l’avessimo avuto un programma insieme , allora sì. Ma guarda sto figo a The Voice, non è una prova dell’esistenza di Dio?”. Claudio che fa i liners per me e Daria e noi che pigliamo solo i fuori onda, perchè fanno ridere di più. E poi lui che imita quell’editore lì che solo noi, cioè tutti noi di Roma , sappiamo chi è. Chi la radio la fa Rock perchè c’ha culo, e chi è rock dentro ma fa i lanci su Lady Gaga come fosse Cecchetto a Discoring.  E Lorenzo che ancor oggi mi dice su facebook che sono una hipster di merda  e lui poi pubblica i Fugazi. E poi giù a ridere di quel consulente di radio che sa tutto, e ha convinto editori da Udine a Milano a Palermo,  e tutti sanno che invece non ci ha capito una cippa. E la sera in cui vai a cena, ognuno imita l’altro e allora il Grilli fa il “collegamento da Ostia Antica”. Tutti in radio diverse. Che se solo mai un editore un giorno ci pensasse: “mo’ li piglio tutti insieme, ‘sti sfigati e faccio un’unica radio”, s’arricchirebbe solo con gli ascolti degli addetti ai lavori. Con i fonici che si chiamano tutti o Filippo, o Luca o  Lorenzo. E sono dark, amano i Joy Division, ma suonano la musica techno o house e nessuno li capisce. Sono fantastici, i fonici delle radio: tirano giù bestemmie montando mixati con Guetta e Sinclair perchè quelli, a loro,  dovrebbero lucidare le scarpe. E poi ci sono i giorni da deejay sulla spiaggia a incastrar canzoni tra le richieste e le storie. Gli amici, quelli di fuori che si chiedono dove sei finito e  quando ti incontrano ti chiedono una compilation. Anche ora che esiste spotify, anche oggi: la cazzo di compilation. I giorni nei vari archivi di varie radio a digitare titoli di canzoni. E quelli in cui nevica e in qualche modo ci devi comunque arrivare in radio. I giorni a farsi venire un’idea. I giorni in cui per una distrazione capiti nel capannello di gente sbagliata e ti sorbisci due ore di disquisizione su: bitrate, attrezzature, segnali, frequenze e gabbiotti a Monte Cavo da andare a sabotare una volta per tutte. Noi, tutti noi, sempre qui. Mai arricchiti nel conto in banca, ma ricchi molto più di chiunque altro lo sarà mai. Ecco, questo è quel che c’è nel mezzo dei giorni in cui non vinci. Ma ce ne fossero giorni, abbastanza da farne altri venti, di anni così.

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