Esperienze

Sono solo un vecchio, ma io ho il mare.

Quella generazione, quella dei nati intorno al millenovecentosettantaquattro, ma che comprende anche i nati nel millenovecentosettanta e arriva fino a quelli del millenovecentoottanta, quei dieci anni di ragazzi lì, non li vuole più nessuno oggi e non li ha voluti nessuno mai. Io lo so non perchè ne faccio parte, ma perchè io non facevo parte dei ragazzi nemmeno quando erano ragazzi quelli della mia età e quindi sono sempre stato come loro, i trentacinquenni del duemilaundici. Sono sempre stato un ragazzo vecchio. Ed ero solo. Loro invece, questi naufraghi del mondo che qualcuno chiama generazione, sono stati truffati, dai vecchi veri e dai giovani veri, tutti insieme, e ora che se ne sono accorti l’una cosa che dovrebbero fare è farsi buona compagnia l’un l’altro, perchè sono in tanti. Invece reagiscono con la solitudine dei filosofi, perchè è questo che hanno imparato sui libri che hanno divorato negli anni. E li hanno divorati pensando che un giorno, quando sarebbero stati loro la classe dirigente, avrebbero cambiato le cose. Tutte le generazioni lo pensano e anche se nessuna lo fa davvero, almeno la possibilità di farlo, a turno tocca a tutti. Non a loro. Qualcuno direbbe di me che sono un sognatore, uno che ha perso un sacco di tempo a leggere, curiosare, progettare, immaginare. Mi è sempre piaciuto ascoltare le storie delle vite degli altri e vivere ogni giorno raccogliendo pezzetti di avventura che poi potessi raccontare io a mia volta. Ma, ripeto, io ero diverso dagli altri. Una generazione intera invece, che è cresciuta guardando al domani come una cosa bella, sicura in cui non avrebbe dovuto difendersi ma semplicemnete metter in pratica ciò che giorno dopo giorno immaginava, era chiaro che sarebbe stata la vittima prescelta in un sistema che, matematicamente parlando doveva schiacciare per forza qualcuno prima di far girare di nuovo la ruota. Eccoli là, loro, gli eterni ventenni. Non sono mercanti perchè lo sono ancora troppo quelli prima di loro e non sono neanche compratori, perchè i soldi non li hanno per lo stesso motivo. Così ci sono i vecchi veri sempre più vecchi che parlano ai consumatori vecchissimi e nuovissimi, ma non a loro. Non rientrano nemmeno nemmeno più nelle statistiche quei giovani vecchi di trentacinque anni. E ogni giorno galleggiano. Tirano avanti quasi sempre grazie ai genitori, quando ancora li hanno. Gli altri finiscono inscatolati nei centri commerciali con la maglietta di qualche grande distribuzione, in un’occupazione che avevano imparato ai tempi dell’università, quando dicevano a sè stessi che in fondo quel lavoretto sarebbe durato giusto il tempo di prendere la specializzazione. E poi la sera tutti a bere al pub con gli amici. Al tempo. Ora, qualche volta la sera al pub ci vanno ancora a bere, e guardano i ragazzini seduti ai tavoli scambiarsi col bluetooth applicazioni per scaricare un milione di mp3 in solo mezz’ora. Si sentono derubati di palchi, tavoli con le scritte e banconi bar in ebano, ma non capiscono che quei posti, quelle cose, non appartengono più a loro. Sono i posti dei giovani quelli, e loro non lo sono più. Sono nostalgici più degli ottantenni perchè non smettono mai di dire che ai loro tempi, al pub ci si andava per parlare della nuova rock band di Seattle e per fare progetti sul domani, mentre i loro genitori stavano a casa davanti ai caminetti o al caldo nel letto. Loro avevano i valori, la cultura, il rock’n’roll, mica come oggi. Non sarebbero finiti come i loro genitori, ma non avrebbero mai pensato che sarebbero finiti così. Però sono ancora lì, a sperare dopo nove ore di lavoro sottopagato da commessi, di poter relizzare il sogno d fotografi, cantanti, musicisti, scrittori, ma solo per riscatto e presunzione. Così al pub non ce li vogliono più, ma il caminetto davanti a cui stare non ce l’hanno. Io li amo tutti e vorrei raccontare loro il segreto della felicità, ma chissà se lo capirebbero. E’ una storia di mare e scelte sbagliate, giornate passate a contare le nuvole e sere in cui ti fai bastare quel che sei riuscito a recuperare dalle reti che hai aiutato a tirar su, quando i pescatori rientravano all’alba. Ho scelto di avere mille padroni io, ma non sento il peso di nessuno di loro, perchè dei loro caminetti accesi non ho mai avuto il bisogno. E’ proprio quello che mi ha salvato, ed è la stessa cosa che aveva salvato quei dieci nell’estate del 2004. Avrei voluto per loro che l’indizio fosse chiaro, ma non potevo irrompere nell’idillio di un futuro sognato dicendo che quell’estate avevano il tempo migliore che avrebbero mai potuto desiderare. Ed era moltissimo quel non avere nulla se non le loro parole, gli amori, i sorrisi, quello stare insieme che era lo stesso mio di un’estate del 1992, in cui eravamo in dieci e di cui non conservo il ricordo, ma la sensazione persistente. Gli altri nove oggi comandano il mondo. Il loro modo di vedere le cose ha avuto più successo. Ma questo non conta, non per noi. Noi che nel cuore abbiamo l’inquietudine di capire cosa davvero significa quell’andare e venire delle onde, senza attendere una risposta, ma per cercarne una abbastanza buona anche per oggi da raccontare agli altri quando il sole vien giù.

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