Convinzioni

Uscirono le materie nel giorno di Pasquetta.

. E fui salva.Perchè vede Prof, se lei fosse ancora qui invece che stare in quella misteriosa parte del mondo in cui si finisce dopo essere stati guida, monito e contraltare della personalità altrui per anni, lei finalmente capirebbe quel mio giorno di gaudio, nella disperazione altrui, per aver sentito, dopo anni di letteratura e traduzioni e poemi quella parola: matematica. Lei capirebbe finalmente. Perchè io ora sì che saprei spiegarle. Le potrei spiegare questa cosa così diffIcile. Così difficile allora che oggi ancora mi commuove: la matematica è la cosa più romantica che si possa imparare. E se ci si è diplomati al Liceo Classico senza leggere le traduzioni preconfezionate delle locuzioni del Greco, all’ultima riga di ciascuna definizione del Rocci, questa cosa del romanticismo della matematica la si percepiva già da allora. Il mio Rocci perdeva le pagine perché, dopo aver tolto la copertina, avevo usato tutti i pezzetti di colla secca per fare gli scherzi con la bic-cerbottana a Luciana, che stava in prima fila e prendeva appunti stenografando le parole del prof malcapitato, che veniva pure corretto, all’occorrenza. Al quinto anno Luciana uscì fuori di testa e decise che la sua vita sarebbe stata diversa: si convinse che l’ideale e farsi bocciare, fumare crack e trombare con il figo della quinta B. Ma questa è un’altra storia. Quindi torniamo al Rocci. Ebbe due anni di vita. Al terzo era già carta straccia. Fu così che accettai di buon grado un abbonamento al quattro meno in Greco e mi dedicai solo alle equazioni. Alla geometria. All’analisi. Godevo per un teorema dimostrabile in 6 semplici passaggi. Un’ipotesi confermata, diventava teoria e la vita mi si palesava nel suo splendore. Sogghignavo con fare satanico alla vista di un problema da risolvere con una dimostrazione inversa e persino facevo , tra me e me, la faccia di colui che davanti alla corte d’appello, fino alla fine fa finta di credere in quello che sta dicendo. E poi all’improvviso..tac!
“Non è dimostrabile dice, Vostro Onore? Ahahaha ..e allora lei mi conferma il contrario”.
Fantastico.
Romantico no? Come no? Ora le spiego Prof dove è che tutto ciò si trasforma in commozione, tenerezza, sogno ed estasi. Più di Catullo che scrive del passero dell sua puella, più di Omero e dei bruti che non furon fatti a vivere così, più di Hemingway e del suo Rhum. In effetti poche cose possono dirsi più romatiche del Rhum, ma la matematica lo è.
Il mio primo numero è stato il nove. Era un nove di attesa infinita. “Avrò dieci anni tra poco. Dieci. Ma cosa farò a dieci anni? E quando succederà? Sarà emozionante doverlo dire, perchè mi sentirò grande e tonda, perfetta come una ciliegia. Dieci.” Sono spesso immagini ricostruite in finti ricordi supportati dai racconti di genitori nostalgici, ma io ho stampato nella mente la fotografia di me nel momento in cui pensai quella frase. Scendevo le scale del garage, era luglio, avevo una maglia arancione senza maniche e avevo fatto la coda senza l’aiuto di mia madre. I capelli sono una delle tre cose davvero importanti nella vita, e farsi la coda da soli, liberandosi di tutte quelle mani intruse tra nodi, pidocchi, treccine colorate e spazzole di setola era una grande vittoria. Avevo nove anni. Nove. E’ il massimo che si può avere dalla vita, nove anni. Terza elementare, primo anno di catechismo. Potevi dimenticarti anche il fiocco a casa la mattina, perchè non era una tragedia come se fossi uno di prima. Ma soprattutto avevi accesso per la prima volta al meraviglioso mondo del congiuntivo. Se un bambino italiano di nove anni può imparare la consecutio temporum, la sua superiorità nei confronti dell’americano che a quell’età riesce a malapena a distinguere tra un Cheesburger e un Big Mac è schiacciante. Il problema sta nei quindici anni successivi in cui il mondo tenta di fargli dimenticare ciò, in favore di una supremazia militare e cinematografica. Nove anni sono una promessa, ma se anche la promessa non fosse comunque mantenuta, non sarebbe un problema. Perchè nove anni sono ora, e sono prati e biciclette e stivaletti di gomma rossi, gomme da masticare a forma di fumetto giapponese e persino un goccetto di caffè, dopo che mamma l’ha bevuto quasi tutto. Ma non si è perso ancora il diritto al rimbocco delle coperte, al cava-cecio durante le feste di paese, al lecca-lecca il giorno delle analisi del sangue. L’unico vero cruccio sta nell’essere relegati al ruolo di grattugia-limone quando mamma fa la torta, ma vuoi mettere grattugiare il limone pensando che l’anno prossimo si potrà versare la farina e forse anche aprire le uova?Number nine, number nine, number nine. I Beatles, che geni. Non era il dieci che contava, in effetti, sebbene fosse “il grande atteso”, ma tutti i numeri che mi servivano per arrivare a lui e che da lui mi separavano. Ore di compiti prima di guardare la tv, minuti prima della ricreazione in cui fare la conta, giorni prima dell’estate, dosi esatte di zucchero burro e farina per imparare la magia della Torta Paradiso, addizioni nel salvadanaio e sottrazioni contando i denti rimasti dopo aver con coraggio legato l’ultimo con lo spago alla maniglia della porta. Chiudi la porta. Colpo netto. Via il dente. Uno in meno. Prima di vederlo crescere di nuovo. E domani… ah, quanti numeri domani.

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