Esperienze

Ciao, sono Barbara e da ben 2.645 giorni non tifo per una squadra di calcio.

All’inizio non fu difficile. Capii che il mio sitema nervoso mi stava truffando, che l’emozione era fasulla, che niente poteva giustificare le conseguenze di quella terribile droga: perdita della voce, perdita della coscienza, abrutimento, tristezza, malessere generale. La mia salute risentiva delle tristezze domenicali a tal punto che il martedì non avevo altro pensiero se non quello di recarmi ai campi d’allenamento per sbirciare dal mio posticino segreto, proprio dietro il muro di cinta, qualche segnale di ripresa che mi desse speranza per la settimana successiva. Le vittorie non mi arrecavano tanto giovamento quanto invece gravava su di me il peso di quei novanta minuti d’ansia. Come l’amore ti prende della sua strana alchimia, così la febbre del tifoso t’assale senza avvertire e soprattutto senza che nessuna scienza ne spieghi la causa. Se fosse un moto d’aggregazione a spingere tanti cuori a cantare la stessa canzone, non avrebbe senso dunque la reale pericolosità dell’andare allo stadio. (cfr il testo “Siamo tutti amici, bello il calcio, bella la partita, bello bello..tutto bello..becchete sta spranga de metallo in testa!”) Eppure io ero là, a sperare di vedere la partita del secolo, l’azione dei sogni, il cross preciso, il gol da ricordare che tiene il fiato sospeso come quando eravamo bambini e lanciavamo in aria pensando che la palla sarebbe rimasta a roteare lì in alto in attesa della rovesciata di Holliver Hutton. Lo sfottò al nemico, il lunedì, se te lo potevi permettere, era il fine ultimo. Fu lì, quando iniziai a perdere quello, che l’astinenza da tifoso si fece sentire. Ricordo un pomeriggio in curva. La Roma perdeva due a zero contro la Fiorentina. Mancavano tre minuti al fischio dell’arbitro. Tre. C’era un tizio, uno dei ragazzi con cui ero andata allo stadio quel giorno, che piangeva non di tristezza ma di nervosismo. Cacciò un urlo che lo sentì tutta la curva e disse: “Feteme largooooo” Facendosi spazio sulle gradinate si inginocchiò e giunse le mani: “Signore tu lo sai che nun so’ bono a pregà, però, te prego lo stesso. Me lo sento che esisti, damme un segno. M’accendo la sigaretta della speranza. In due minuti io questa me la fumo e in due minuti tu ce poi fa pareggià” Lo guardammo in silenzio pensando che il tifo aveva mietuto un altra vitima nell’uccidere per sempre anche il suo ultimo neurone. Accese la sigaretta. Tirò,poi tirò ancora. Ci girammo a guardare un’azione di contropiede. La Roma pareggiò. Nell’esultanza generale qualcuno mi sollevò e mi scaraventò contro i vetri di fine curva. Mentre sentivo il peso della folla schiacciarmi le vertebre urlavo di gioia e non sentivo dolore. Tornai al mio posto dolorante e felice (???) e vidi che lui, il fedele tifoso in preghiera era ancora lì, senza essersi mai mosso, con le braccia la cielo diceva: “Grazie lo sapevo che esistevi. So’ contento già così, ma se sei della Roma pure tu allora facce vince”. Diede un ultimo tiro alla sigaretta prima di ciccarla via e Totti segnò. Al novantunesimo. Quando ripenso a quel pomeriggio un po’ mi maledico per aver voluto smettere. Poi però capita che la Roma perda sette a uno in coppa dei Campioni e che sulla pagina ufficiale della tifoseria ci sia scritto “Grazie lo stesso. La più grande prova di coraggio è sopportare la sconfitta senza perdere il cuore” e io sospirando serenamente mi reputo fortunata ad avere, oltre al mio cuore, ancora qualche neurone superstite che mi ricorda, mentre sento parlare di crisi del lavoro, di crisi dei valori sociali, di crisi dei rapporti di coppia, di crisi generale insomma, quanti zeri di differenza ci siano tra il mio stipendio e quello di capitan Totti. O capitano, mio capitano.

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