Esperienze

Mi ricordo di quel giorno.

S’era alzato un vento forte e caldo. Preannunciava tempesta. Lo si capiva dalle facce stanche della gente e dalle risposte scortesi degli sconosciuti. Mi ricordo bene, io. Ne respiravo l’odore a polmoni pieni, quasi avida di quel profumo che non sapevo d’aver atteso così a lungo. C’era silenzio e solo qualche mugugno, ma le gonne d’un lato s’alzavano a tratti, scoprendo per poco quel che non s’era visto, ma solo immaginato. E c’era un soffio gigante che giocava coi miei capelli. Già lunghi, ma non ancora abbastanza.
Forse qualcuno mi si fermò davanti e mi mise in guardia.
Forse qualcuno mi sussurrò qualcosa. Mi pare disse… “Va’ a casa”.
Forse ci fu un’eclissi di sole.
Mi toccai le dita delle mani con le dita e c’era della sabbia sopra, ma non capivo da dove fosse arrivata.
Come quell’odore di terra bagnata che diventava polvere sotto il mio naso.
Cresceva l’attesa e cresceva l’emozione.
Shhhh…puoi sentire? Ascolta? Lo senti il ronzio?
Non andai a casa.
Forse non durò che qualche istante quell’eclisse, ma quando il sole tornò ad accecarmi, d’un tratto non vidi più niente.
Mi lasciai rapire, e tutto cominciò.

Tempesta di sabbia colori emozioni. C’era una volta una bimba distratta, stanca di dire “questo è così”. Volle provare come non era e il vento andò a giocare con lei. Teneva in alto parole a lasciarle girare, ogni volta che uscivano da bocche bugiarde, da bocche cattive, da bocche d’amore, da bocche incuranti del male che fa, quando il male fa male. Ma solo girando dall’alto si può davvero vedere. Paura, sgomento, pensieri pesanti e pensanti. Con le mani in mezzo all’aria che quasi la puoi toccare perchè è densa come il fango che hai mangiato stamattina, trascinata per mezz’ora lungo un sentiero che non conosci più. La direzione la sceglie il vento, la direzione la cambia il vento, la direzione forse non c’è. Fino a quando non sputi il cuore salito ormai alla gola e lo afferri tremando con la mano sinistra. Lo guardi, lo tocchi, lo stringi. Ne distingui forma e colore. Impari a giocarci, facendogli graffi da cui il sangue schizza via a colorare di rosso quel vortice che ormai chiami casa. Ci sono le pagine di un libro strappato che ti passano volando accanto, sopra, addosso. Tutto quello che c’è, ce l’hai addosso. Anche i due serpenti che hai sognato ieri notte. Uno bianco ed uno nero. E l’uomo che ti tese la mano traditrice, uno dei due lo portava al collo senza farsi scoprire. Ma nei giorni e nelle ore che scorrono immobili gli occhi hanno visto e l’anima ha mangiato, qausi fino a saziarsi. Ridi beato d’un tratto sapendo che nulla è più paura e sgomento, che il potere della conoscenza vuole il rischio d’una tempesta. Ringrazierai per qualche giorno di calma isolata, per quelle brevi estati indiane, che ancora stanno lì, sparse senza un senso cronologico. Serviva pur di respirare ogni tanto. Ringrazierai per le ali dell’Arcangelo Michele che ti insegnò a sputare in bocca al serpente, prima di schiacciargli la testa. Per la spada che ti lanciò e che custodisci nel fodero. E quando quel vortice t’abbandonerà in terra, lasciandoti coi vestiti strappati a grattare la sabbia, te ne starai lì, fermo, col cuore tornato al suo posto che batte come un tamburo, mentre lo guardi allontanarsi.

Quel giorno, quando il vento si calmerà, respirerò a fatica e sorriderò ad un passante.

Dove sei stata, straniera?
A guardare questo mondo da dentro
Fa paura?
Sì, ma ne vale la pena

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