Esperienze

La Portiera

Bella, eh? No, dài, non dico bella di quella bellezza ostentata oggi tra una tv satellitare e l’altra, fatta di sorrisini da ebete, culetti antigravitazionali e occhietti pittati. Dico molto, molto più bella. Ferma, decisa. Con una mano appoggiata sul fianco come a dire : “Scusa come hai detto che ti chiami? Ah, già..Vita. Be’, cara Signora Vita, non mi spaventi neanche un po’, anzi, a dirtela tutta mi intrighi parecchio! A noi due!”. E con quello sguardo sereno da ragazza portato, quasi maliardo, sopra un sorriso appena accennato che è invece beffardo e di sfida. Perchè una così, se ti sorride vuol dire che sei suo. Una mattina, di Domenica tornando dalla Chiesa, un’amica infingarda mostrava al dito un anello da presunta fidanzata, sventolando le mani sotto gli occhi delle altre e parlando di un corteggiatore focoso. Lei non si scompose ma seppe dire a voce alta:
“Sai, a me non importa di te donna di mal affare. E non importa neanche di quello che dice la gente. E’ il mio uomo quello di cui parli, ed è me che sposerà. Ma per ora rinuncio sia a te che a lui. Quindi, ora tu andrai via e io non ti vedrò più. Addio”.
Lei lo lasciò il giorno stesso, ma per fortuna di entrambi, lui seppe farsi perdonare. Quella e molte altre volte dopo di quella. Vincenza, questo il suo nome, sapeva il fatto suo. L’amica avrebbe ricordato quello sguardo. Lo stesso che fulminò, anni dopo, un soldato tedesco trovatosi per sbaglio in casa sua. Lo sposò eccome il ragazzo di allora. E ci fu la guerra, poi le case, i figli, i lavori, la fame e tutto il resto. Per tutta la vita seppero trovare il giusto compromesso tra il “Vita ti sfido e ti addento” di lei e il “Vita mi ti godo” di lui. Ah, scusa, non t’ho detto chi è lei. Vincenza era la portinaia dell’Università, anzi, come si dice a Roma, La “portiera”. Certo, il posto era segnato a nome di suo marito, ma per qualche strana contingenza, o forse solo perchè non sapeva farne a meno, nel gabbiotto ci trovavi sempre lei. E la trovavi ovunque ci fosse qualcuno che aveva bisogno ora di questa ora di quella cosa. Così se mi chiedessero adesso di dipingere in un quadro la vita di Vicenza, mi troverei a disegnare una moltitudine di gente che chiama il suo nome. C’erano ovunque parenti, amici, professori, primari, infermieri, figli, bambini, passanti, tedeschi.. tutti con qualche buon motivo per stare nel quadro di Vincenza. E poi naturalmente c’era quello che era più di ogni cosa davvero “Suo”: la famiglia. Una di quelle famiglie matriarcali, dove quando si mangia si sta tutti insieme con lei che si siede per ultima a capotavola accanto al marito. Di quelle famiglie dove ci si parla. Pure troppo. Così se lei doveva parlare a tutti lo faceva a tavola, se doveva parlare con qualcuno in particolare lo faceva al momento giusto. E sapeva strapparti una promessa a costo di tormentarti per giorni.
Io mi vanto di aver avuto la possibilità di passare molto tempo sola con lei, anche se al tempo sbuffavo quando la sentivo raccontare le sue storie. Me ne ha strappate talmente tante di promesse che quasi non tengo il conto, così, visto che non me le levo dalla testa, ogni volta che ne mantengo una la spunto dalla lista.
Bene, nonna. M’avevi fatto una testa così dicendomi che avrei dovuto scrivere un romanzo e m’hai fatto giurare, quel giorno, al supermercato, mentre sceglievamo il gusto di gelato da comprare per la cena, che prima o poi l’avrei fatto.
Mica è stato uno scherzo, sai? L’ho finito oggi il mio romanzo, revisioni comprese. Adesso vado a portarlo a stampare.
E una è fatta.
Ora, per quella storia del lì del velo lungo, dammi ancora un po’ di tempo.

Mio padre nasceva nel 1943. Nella primavera di quell’anno la voce di Alida Valli riempiva di note le giornate di una Roma che sperava nella libertà annunciata. Non so dove fosse mia nonna, mesi dopo, quando si festeggiava l’arrivo degli americani, ma di sicuro c’aveva da fa’.

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